(Source: juglansnigga)

By R.R.

By R.R.

Ah che rebus!

Intervista alle curatrici Antonella Sbrilli e Ada De Pirro


Sede della mostra: Roma, Palazzo Poli, Via Poli, 54

Date: 17 Dicembre 2010 - 8 Marzo 2011



Di Annalisa Proietti Cignitti

“Cercando di te in un vecchio caffè, ho visto uno specchio e dentro ho visto il mare e dentro al mare una piccola barca per me… Ah che Rebus!”


Le parole di questa canzone di Paolo Conte danno il nome alla mostra “Ah che rebus!”, a Palazzo Poli, aperta fino all’8 marzo 2011.
Il rebus, gioco tra parola e immagine dall’origine antichissima, è qui il protagonista di un percorso che si articola lungo cinque secoli di storia per ripercorrere e mostrare il rapporto tra arte e enigmistica.
Uno scambio che è sempre passato inosservato e scopriamo invece inaspettatamente come abbia interessato e influenzato tantissimi artisti da Leonardo a Agostino Carracci fino ai più moderni video-rebus di artisti contemporanei.
Una mostra che racconta di come le parole diventano immagini e le immagini diventano cose, di quello che in fondo è un gioco di e con le parole che può arrivare a mettere in crisi il significato del linguaggio stesso.
Le curatrici Antonella Sbrilli e Ada De Pirro, con la consulenza di Stefano Bartezzaghi, hanno raccolto più di 100 opere dalle stampe di Stefano della Bella e Giuseppe Maria Mitelli alle vignette per la Settimana Enigmistica di Maria Ghezzi, dai Bagni Misteriosi di De Chirico ai video-rebus, dalle pagine antiche dei manuali di imprese rinascimentali ai primi rebus per riviste fino alle parolibere futuriste, costruendo così una mostra inusuale che, prima ancora delle opere, espone un concetto.

Il rebus nell’arte si è rivelato un campo davvero vasto, un labirinto che rischiava di allargarsi fino alla dispersione. Ci racconta come è nata la mostra e, se c’è stato, quale filo di Arianna avete usato per non perdervi?
La mostra è nata dall’interesse per le vignette dei rebus: una produzione che è considerata minore e che però non è la sola produzione minore nel panorama artistico italiano. Di tanti tipi di immagini ci si è occupati negli ultimi decenni, dai fumetti alle figurine, dalle illustrazioni ai santini, ma al rebus non era mai stata dedicata una mostra e gli studi pubblicati (come quelli importanti di Peres e Bosio) hanno un taglio di storia dell’enigmistica: mancava una considerazione di questi disegni dal punto di vista artistico, nel loro intreccio con la storia dell’arte. A partire dal 2001-2002 ho dedicato alcuni corsi al gioco linguistico in arte, tema approfondito in seminari, ricerche di facoltà e tesi di laurea. La prima tesi è stata di una studentessa, che mi fa piacere ricordare, Francesca Murri, seguita dalla ricerca di Ada De Pirro sulla serie dei dipinti Rebus di Tano Festa, mai studiati nella loro derivazione da fonti enigmistiche.
Grazie a queste ricerche s è sviluppato un rapporto interessante con i collezionisti d’enigmistica, in particolare con il romano Franco Diotallevi, che ci ha aperto la collezione sua e di altri appassionati, mettendoci a conoscenza di un database con tutti i rebus italiani, utilissimo per identificare gli originali delle vignette usate da Tano Festa.
Infine siamo arrivate al gotha dell’enigmistica italiana: la redazione e la direzione de “La Settimana enigmistica”, prima con un po’ di riserva e poi con sempre maggiore collaborazione si sono adoperate nella ricerca delle vignette originali da esporre in mostra.
Durante la messa a punto dell’esposizione, abbiamo cercato di non allestire una storia del rebus nell’enigmistica e neanche una storia dell’illustrazione del rebus: svolgere questi due temi nella loro interezza avrebbe portato a organizzare due mostre parallele. Abbiamo invece cercato di mantenere come filo di Arianna il rapporto del rebus con l’arte, tenendo in equilibrio i due piani.

Un tema poco studiato, quindi, questo del rebus, forse perché ritenuto minore. Eppure sembra aver interessato, in vari modi, grandi artisti da Leonardo a Magritte passando per Lorenzo Lotto, Agostino Carracci, De Chirico e moltissimi altri.
Secondo lei c’è una linea che unisce tutte queste esperienze, o meglio, che cosa ha il rebus che attrae gli artisti?
L’attrazione e il rapporto fra artisti e rebus è diverso da periodo in periodo, perché un conto è parlare del ‘400 e del mondo delle imprese rinascimentali, un conto è parlare del ‘900 e delle ricerche delle avanguardie. Una cosa di cui abbiamo tenuto conto, durante l’allestimento della mostra, è stata proprio quella di non anteporre il concetto di rebus alle opere, di non racchiudere le opere dentro l’etichetta del rebus perché altrimenti rischiavamo di fare delle forzature.
Quindi rovesciamo i termini del problema: non tanto cosa attrae del rebus gli artisti ma quanto le varie esperienze artistiche possano rivelare del dispositivo del rebus. Il rebus infatti è, prima di tutto, un meccanismo basato sulla possibilità di alternare scrittura e disegno, parola e figura.
L’obiettivo è stato riconoscere l’idea di rebus, cioè lo scambio di parola e immagini, in tante esperienze e produzioni artistiche che non si chiamavano rebus.

Una tappa nella storia del rebus si riscontra nelle imprese, sorta di stemmi formati da una figura e un motto. Era tipico dei nobili o delle famiglie importanti mentre oggi è usato spesso negli loghi dalle aziende.
Maurizio Calvesi, presente all’inaugurazione, ha svelato il suo interesse da giovane per i giochi di parole, con una certa ritrosia.
Come è avvenuta, secondo lei, questa discesa del rebus da gioco di derivazione nobile e erudita a passatempo relegato agli angoli dei giornali? Come spiegare, per dirla à la Duchamp, questo sgocciolamento?
Non è detto poi che anche nel passato il gioco fra parola e immagine fosse posto tanto in alto: anche alcuni libri di imprese e di stemmi sono stati scritti, in un certo senso, nel “tempo libero”, considerati anch’essi una distrazione giocosa.
Agisce nella nostra cultura anche un pregiudizio nei confronti della dimensione del gioco, che di fatto è stato superato nel ‘900 grazie agli studi prima di Huizinga poi di Caillois e di altri studiosi interdisciplinari. E’ nel corso del XX secolo che il tema del ludico ha acquistato un peso e una dignità e si è rivelato uno strumento per capire meccanismi comunicativi, espressivi e psicologici, tanto che adesso nessuno pensa che il gioco non sia (anche) una cosa seria.

Questo ci suggerisce un’altra riflessione: come ormai l’arte si collochi in una dimensione di svago, nei tempi morti, nel tempo libero, anche di scarto, ma forse l’unica dimensione libera. E’ Caillois che nel suo saggio “I giochi e gli uomini” parla di quattro modalità di gioco: agon, hazard, mimicry, ilinx che potrebbero essere del tutto adatte a classificare l’arte contemporanea. Il gioco è davvero l’unico luogo rimasto in cui l’arte può essere libera?
Tutto dipende dal grado di consapevolezza delle persone di stare - come direbbe Wittgenstein - continuamente dentro un gioco, un gioco linguistico ma anche sistemico e forse la libertà non è data mai neanche nell’arte, però guai a pensare che non ci sia!
Il tema del gioco evidentemente conduce verso riflessioni complesse, che riguardano la conoscenza, il linguaggio, il comportamento, le relazioni fra le persone e anche la natura dell’arte contemporanea, con i suoi aspetti concettuali, autoreferenti, classificatori.

E’ stato davvero suggestivo il confronto di un’opera di Magritte “La voce del vento” e un’illustrazione del trattato “Les Bigarrues” di E. Tabourot. Non si parla di derivazione certa, sebbene sembri che l’opera di Tabourot sia stata abbastanza diffusa in certi ambienti surrealisti e da qui sarebbe anche arrivata alla conoscenza di Gastone Novelli . Sembra che i periodi in cui il rebus sia stato più diffuso siano il XVI – XVII e il XX, secondo lei è un caso o c’è un legame tra queste due periodi?
Ada De Pirro: La ripresa di vari aspetti del manierismo e del barocco ha molto attratto gli artisti delle avanguardie dopo la seconda guerra mondiale, proprio per la consapevole disillusione di non poter raccontare in maniera positiva il mondo preferendo alla descrizione naturalistica l’artificiosità propria di quella cultura. E’ interessante notare che lo stesso contesto contribuì, tra Cinquecento e Seicento, a dare alla forma rebus una spinta propulsiva abbastanza forte, in Italia, Francia e nel resto d’Europa.
Nel ‘900 il rebus si ricollega a questo filone culturale, ad esempio, i surrealisti francesi si sono molto interessati a tutta la letteratura esoterica e alchemica dei secoli passati e sicuramente questo libro delle Bizzarie è stato letto. Infatti ne abbiamo trovato traccia in altri artisti di ambito surrealista (René de Solier lo ha citato) ed era apprezzato proprio per questo mondo artificioso ma anche bizzarro che poteva evocare, per i surrealisti, una serie di associazioni mentali e oniriche. E poi Gastone Novelli è il tramite che lo fa conoscere in Italia, almeno stando a quello che gli studi oggi stanno appurando, non sembra che prima di lui qualcun altro lo conoscesse.

Stefano Bartezzaghi nel suo “L’orizzonte verticale” ha spiegato come il cruciverba non poteva che nascere a NY negli anni ’10, risentendo anche della geometria della città, nonché “di tutto ciò che ha costituito l’orizzonte del moderno, dalla catena di montaggio al cubismo, dal giornalismo dei reportage alla musica jazz.” Invece una certa atmosfera da enigma sembra essere presente nella pittura italiana sin dal quattrocento nelle opere di Piero della Francesca, Bellini, Leonardo,come notava già Roberto Longhi. Possiamo dire quindi che il rebus ha un’origine italiana?

Sì, come la pittura metafisica, del resto. E’ un modo di dipingere le cose chiare e distinte, in uno spazio organizzato come una finestra prospettica, tipico del Rinascimento italiano.
Questa tradizione si nota nelle vignette di Maria Ghezzi, una disegnatrice che ha una solida formazione pittorica e un gusto per l’atmosfera sospesa che risente del realismo magico e della pittura post metafisica. E’ una tradizione radicata in Italia, che fa sì che il rebus si sviluppi da noi in un certo modo, diversamente che in Inghilterra o in Francia. Questo anche per motivi fonetici, poiché in italiano pronunciamo l’intera parola, mentre per esempio in francese valgono le omofonie (uno stesso suono ha diversi significati). Similmente nella cultura inglese: si pensi a Lewis Carroll che nelle lettere a Georgina Watson sostituiva alcune parole con dei disegni.

Il rebus colpisce per la sua natura ambigua, per la sua capacità di mostrarsi doppiamente come marchingegno criptico e insieme giochetto ingenuo. Se da una parte rappresenta la ricerca di un senso, che può diventare Il Senso, allora lo scopo è quello di “ricomporre in uno ciò che è frammento e enigma e orrida casualità” (F. W. Nietzsche).
D’altra parte però rimane un gioco, un passatempo senza scopo e “il passatempo è un ricorso al tempo passato cioè alle forme di altri tempi che per questo sono ormai stati assimilati e quindi nel presente non costituiscono problema ma occasione di svago” (H. M. McLuhan).
Laddove il senso diventa il Senso dell’esistenza e il passa-tempo è ciò che rimane del tempo-passato ecco che il gioco assume serietà e diventa metafora della condizione dell’arte (e non solo) contemporanea, se si pensa alla frammentarietà e all’ipertestualità in cui oggi siamo immersi.
Né è sicuro che ci sia sempre una soluzione, ma del resto nessuno ha stabilito che ce ne sia una sola o, molte o, paradossalmente, nessuna.
Sembra giusto concludere con una frase di Alighiero Boetti: “Penso di essere diventato bravo a inventare i rebus, ma poi non sono capace di risolverli.”

Apertura al pubblico: tutti i giorni 10.00 - 19.00 (lunedì chiuso)
Ingresso gratuito
Informazioni: in-g.rebus@beniculturali.it; tel. 06 69980242-257

La Trilogia della morte di Lele Saveri

Capitolo 1 - “Quella villa accanto al cimitero”

 DUDE - E’ un video palindromico: ai lati del frammento-origine centrale si dipanano simmetrici e speculari caduchi momenti di vita.
Siamo soliti avvolgere il nastro per rivedere un momento significativo, così come ripercorriamo certi sentieri della memoria per illuderci di rivivere un bel momento. Ma qui sembri piuttosto descrivere la circonferenza nella quale è inscritta la vita: una vana ripetizione del già vissuto, un eterno ritorno sugli stessi momenti prima del punto finale, del passaggio dalla villa al cimitero.
In un certo senso la vita è la villa.
 L. SAVERI - E graficamente credo funzioni molto. Il mio intento era sopratutto visivo. Il progetto intero é nato come una sorta di “scherzo” nei confronti dei “profondi” video pseudo-artsy.
Volevo dimostrare come una ripetizione di immagini comuni (come quelle di una ragazza che cammina, una persona che fuma, o una bolla di sapone) se dipinte in bianco e nero e affiancate da musiche adatte, possano dirottare (direzionale) lo spettatore verso sensazioni particolari, spesso completamente opposte a ciò che in realtà sta accadendo sullo schermo. Il ritorno in reverse è un piccolo trucco che aiuta in questo senso (tutti e tre i video sono stati più o meno girati e editati in 4 giorni).

 DUDE - E poi quello splendido pezzo di Maurice Jaubert…
 L. SAVERI - Per quello devo ringraziare Giulia, la ragazza che mi aiuta nei video-editing, la quale si e’ ispirata  a sua volta ai lavori di Vigo. 

Capitolo 2 - Nella Città dei Morti Viventi

 DUDE -  Un completo cambio di ritmo che ci porta in quello che pare essere un rito: così si riportano in vita morti.
 L. SAVERI - Il pezzo e’ una vecchia registrazione di Aby Ngana Diop, questa signora africana che ha fatto quest’unica cassetta nei primi anni 90. Mi sembrava funzionasse col supporto di immagini “tribali”. Il gruppo che vedete suonare dal vivo e’ uno dei migliori giovani gruppi metal newyorkesi del momento, i Natur.

 Capitolo 3 - E Tu Vivrai nel Terrore

 DUDE - C’è il movimento, il camminare, l’errare sempre presente. Molte sono le immagini del viaggio. E quasi sempre questo movimento avviene attraverso la natura. Ma se nel primo capitolo il viaggio nella natura ci portava alla città e poi, palindromicamente, all’inizio che diviene la fine, nel capitolo finale la natura è un viaggio che porta alla desolazione urbana. A vivere, nel terrore, nella città dei morti viventi.
 L. SAVERI - Mi trovo spesso in viaggio e mi accorgo della quantità di immagini che mi passano “intoccate” davanti agli occhi ogni volta che mi muovo da A verso B. Spesso quindi finisco col registrare questo “passaggio” nell’intento di immobilizzarlo nel tempo. Il finale di questo video (che in realtà e’ semplicemente il seguito dell’apertura del video stesso) è accaduto per caso. Come dici tu rappresenta sicuramente la desolazione urbana, raffigurata da un ragazzo talmente ubriaco dal non riuscire ad alzarsi in piedi.
Ciò che non si vede nel video: mi trovavo vicino al fiume la sera di Halloween verso le 2 di notte, e questo ragazzo vestito da superman in pantaloncini corti (era una serata piuttosto fredda) stava “riposando” su una panchina. Eravamo solo noi due, quindi deve essersi spaventato della mia presenza, così ha iniziato a correre via da me. L’ho inseguito filmando (da qui l’inizio del video…) ma dopo pochi metri si e’ fermato, accasciato e sdraiato a terra per dormire (qui la fine del video). Ho provato anche a svegliarlo (eravamo in un quartiere dove qualche sera prima avevano sparato ad un tipo in strada, quindi non il migliore di NY diciamo) ma ha preferito rimanere li a riposare. Probabile fosse lui un morto vivente.

 DUDE - E’ più un elucubrazione esistenziale o una bieca critica sociologica?
 L. SAVERI - Ammetto che di critiche sociologiche ne faccio molte, e sicuramente c’e’ un po di quello nel mio lavoro. Allo stesso tempo pero mi soffermo molto su me stesso e ciò che fa parte della mia vita, in quanto forse parte di sta società. Quindi forse è un misto dei due (anche se sicuramente nel mio cervello non ho adoperato parole tanto “complesse”).

LELE SAVERI: Nato a Roma nel 1980, si trasferisce a Londra nel 2001 per studiare fotografia all’Università di Greenwich. Dopo la pubblicazione dei suoi primi scatti su Vice Magazine, inizia a ritrarre giovani gruppi britannici della scena musicale per diverse pubblicazioni come Rolling Stone, Uomo Vogue, Rodeo. Nel 2008 Lele ritorna in Italia per lavorare come Photo Editor per Vice Italia a Milano e a febbraio fonda IthoughtIwasalone.com, un collettivo di giovani fotografi. Nel febbraio 2009 è curatore a Milano della mostra per la rivista svizzera di moda, arte e tattoo, Sang Bleu, con la quale aveva collaborato fin dal primo numero. Attualmente, Lele vive e lavora tra Milano e Londra.

Per saperne di più:
1. lelesaveri.com
2. ithoughtiwasalone.com
3. http://www.ziguline.com/2010/02/10/un-fotografo-italiano-a-londra-intervista-a-lele-saveri/

A cura di Andrea Pergola

Martina Scorcucchi per Shampa Love

SHAMPALOVE lookbook
photography by Martina Scorcucchi (Blog)
makeup Daniela Paolucci
model Olivia Iacobucci
all clothes Shampalove
location ABITO.

Gesù, Giuseppe, Maria.


di Annie Kleinman

Il mio nome è Gesù e invece di nascere nell’anno zero sono nato nel 1985.
Come tutti i nati in quell’anno ho collezionato forti amori per Michael J. Fox, i dinosauri e le nike alte poco oltre la caviglia. La notte sognavo di volare via assieme a Peter Pan verso la foresta dei puffi e crescendo ho sviluppato un desiderio sessuale nei confronti di Cristina D’Avena sempre maggiore. Come tutti i miei coetanei sani.

Le scuole elementari e le scuole medie non sono state tanto male, questo devo ammetterlo. Mamma Maria mi svegliava ogni mattina verso le sette e fino ai sei anni, ancora sdraiato sul letto, guardavo i cartoni animati prima di andare a scuola bevendo latte caldo dal biberon. Il quartiere dove vivevo era grigio e buio, che quasi non sembrava Roma invece era proprio Roma. Non sono state tanto male le scuole elementari e medie. Ero seduto vicino a mio cugino Giovanni, Battista Giovanni, che era pure il primo dell’alfabeto. Ne combinavamo delle belle e tutte le ragazzette erano pazze di me. Io non l’ho mai capito il perché, ma erano tutte irrimediabilmente pazze di me. In quegli anni però non mi piaceva molto la figa, e non diedi a nessuna di esse neanche un bacio sulla guancia. A dire il vero ero pazzo di Shiva che aveva tre occhi ed i capelli sempre arruffati. Ma lei era della classe dirimpettaia e non capitava mai di incontrarsi. In classe, oltre Giovanni, avevo undici amici. Questi mi vedevano come il loro leader ed eravamo inseparabili. A me di loro non importava poi molto. E non mi importava delle ragazzette. Non mi importava di nulla, in realtà, ma a tutti importava di me. Per inerzia non mi tiravo indietro. C’era questa cosa in classe, questa divisione in due: da una parte io, Giovanni, i miei dodici amichetti. Dall’altra Giuda, Iscariota Giuda, il suo amico Scar, e la sua fidanzata Maria Clopa. Io credo che Giuda fosse molto più carino di me per essere un bimbo di sette anni: aveva i lineamenti ben definiti e delicati ma allo stesso tempo pungenti. I capelli neri e a punta come in un cartone animato giapponese. Gli occhi scuri come la pece e penetranti come una lama. Il suo sguardo torvo lo rendeva il cattivo perfetto. Da una parte c’erano loro e da una parte c’eravamo noi, i buoni. Ma non volò mai nulla di più che qualche soprannome colorito.

Alla mensa tutti facevano gara a starmi vicino: mi avanzava sempre un po’ di pane e un po’ di pesce. Il giovedì era il giorno in cui la maestra ci faceva scendere in palestra e non di rado le sbucciature che ci facevamo tirando calci al supertele giallo e quelle poche gocce di sangue che si riversavano sui calzettoni di spugna diventavano un occasione per iniziarci ai piaceri del buon vino. Furono anni spensierati gli anni ‘90. Avevamo tutti il giacchetto di jeans, jeans a sigaretta e Superga blue senza per questo sentirci alternativi o molto chic. In quarta elementare iniziai a farmi crescere i capelli. Erano biondi, scuri e crescevano fluenti. Anche se in quegli anni non avevo idea di chi fosse, gli zii mi dicevano che stavo venendo su sputato identico a Kurt Cobain. Quello fu anche l’anno in cui Roberto Baggio tirò un rigore alto alto ed io piansi molto. Sulle guance mi scendevano lacrime calde e rumorose e mamma Maria già non mi abbracciava più. S’era fatta fredda e distante, vai a capire perché.

Alle medie si sopravvisse. I capelli erano veramente molto lunghi e forse un po’ ridicoli, i denti crescevano storti ed il topexan non faceva molto per aiutarmi. Mamma Maria non mi preparava più neanche il pranzo, figurarsi il biberon la mattina. Ma spesso un uomo fa più fatica a prendere atto del cambiamento che a vivere nel cambiamento. Così feci finta di nulla con me stesso e tirai dritto per i tre anni successivi, anche se mamma era diventata il fantasma di se stessa e noi avremmo dovuto fare qualcosa per aiutarla. Era ancora bellissima. Quando veniva a colloquio con i maestri mi vergognavo infinitamente perché tutti non facevano che guardarla. Aveva un profilo angelico e perfetto, la carnagione scura ma non tanto da renderla volgare, i capelli lisci come un mare di cioccolata calda e di quel colore erano anche i suoi occhi. Le labbra erano rosse e soffici.

Quell’anno avevo gli esami e mamma ha deciso che non ce la faceva più e si è buttata giù dal nostro balcone. Al quarto piano di un quartiere grigio topo.

* * * *

Ne uscii con le ossa rotte e l’animo sconvolto. Papà Giuseppe faceva il possibile ma il lavoro in officina non era mai molto e si arrivava a fine mese sempre a fatica e suo fratello era sempre più dilaniato dall’eroina ed aveva sempre più bisogno di lui. Finii per perdere la diritta via. All’istituto tecnico mi si vedeva poco e le pagelle erano quelle che erano. Mi stordivo ogni giorno quel tanto che bastava per sopportare la vista di papà Giuseppe che quando tornava la sera riusciva solo a togliersi le scarpe e ad addormentarsi davanti alla tv. Non credo si sia mai finito un film per tutto il tempo che abbiamo vissuto da soli. Però non ero un tossico e in qualche modo mi riuscì di diplomarmi. Non potevamo permetterci l’università e a dir la verità non mi interessava molto continuare a studiare. Io sapevo solo aggiustare le macchine. I capelli ora erano veramente lunghi e la barba mi copriva il volto quasi completamente. Papà non poteva permettersi di pagarmi per il lavoro che facevo in officina e in realtà i clienti erano così pochi che già papà era di troppo. Non solo: le cose andavano tanto male che metà di quel locale dovette venderlo ad una sala giochi. A quel punto lo spazio rimasto era così stretto che appena bastava per riparare una moto, figurarsi una macchina intera. Iniziai a passare le giornate vagabondando.

In questa striscia di quartiere inessenziale non contribuivo in alcun modo alla salvezza del mondo. Il mio errare era duplice nel senso. Il mio soffrire era individuale e non universale. La redenzione non stava passando per le mie ferite inutili, perché non poteva esserci redenzione per il mondo degli anni zero.

Al mattino tiravo su me, tiravo su la mia apatia, fumavo un poco con l’ansia e la fretta di chi non ha nulla da fare, e poi aprivo la porta come se in quel gesto ci fosse tutta la speranza che conservavo in tasca, al sicuro dalle aspettative della gente. Al bar passavo per salutare Giovanni. Poi dal barbiere passavo per salutare Simon Pietro. Di quegli undici pochi erano rimasti nei paraggi. Un vero e proprio esodo, si direbbe.

Sedevo sui gradini freddi della biblioteca e guardavo le persone uscire. Di chi entrava non mi interessavo, ma di chi usciva, bè, di loro mi interessava. Perché è solo quando si conclude qualcosa che puoi veramente capire com’è andato il passato. Solo quando il presente diviene infine passato. E se del presente di chi entrava non mi interessavo affatto, del passato di chi usciva, ecco, li ci vedevo tutto: l’entusiasmo delle riuscite e soprattutto la disperazione, convertita in rassegnazione ed indifferenza, dei fallimenti. Erano i pochi istanti in cui mi capitava di vivere: nei passati che leggevo sui volti della gente.

Poi tornavo in camera mia e ripassavo i passati. Sedevo sul bordo del letto, per non stare troppo comodo. Sulle pareti tre file di scaffali conservavano la polvere dal giorno in cui lei ci aveva lasciato. Non ti rendi conto che tua madre è morta fino a quando non trovi un filo di polvere che come una tela di ragno unisce Lo Straniero di Camus alle VHS della Dinsey. Mi fermavo pochi minuti a ripetere quello che avevo visto e preferivo conservare piuttosto che perdere: la piccola biondina aveva i denti scoperti da un sorriso romantico e la mano stretta a quella di un lui. Le pupille vibravano nell’illusione e dalle labbra appena umide pensai che dovevano essersi appena baciati.

* * * *

Le signore dicevano che ero molto molto bello. Che sembravo Kurt Cobain però più pulito. Ci tenevo molto che i miei capelli fossero sempre puliti e la barba sempre in ordine. Continuavo ad indossare un giacchetto di jeans, jeans a sigaretta e superga blue. Ormai erano tornati di moda e questi schifosi anni zero erano proprio così: vuote e precarie rievocazioni del passato. Come se il mondo fosse divenuto un ombra e quell’ombra era lì bramosa di inghiottirci tutti. Come se il passato fosse l’unica cosa rimasta all’umanità. “In fin dei conti anche i sogni sono il semplice impasto di quello che si è vissuto da svegli, nulla va al di là della più banale realtà”, mi dicevo “e allora perché pretendere qualcosa in più dalla realtà?” C’era odore di morte per tutta la città e sentivo di non avere speranze, di non potermi permettere aspirazioni, di dover evitare di sognare per non rimanere deluso. Vagabondavo per il quartiere quasi tutto il giorno, quando non dormivo e quando non ero a casa a sfasciarmi di canne. A volte mi tuffavo nel mercato per sentire odori e suoni che mi facessero sentire un po’ più vivo di quanto non lo fossi. Odiavo qualsiasi tipologia di persona, e tuffarmi nel mercato mi faceva ribollire di così tanto odio che a tratti sentivo la gioia incontenibile di chi si sente superiore. Ma erano brevi secondi dopo i quali stavo ancora peggio.

Quel giorno passeggiavo per il mercato e l’odio mi faceva vibrare meno del solito: aveva piovuto forte per l’intera mattinata e quasi tutte le stronzissime donne avrebbero atteso il pomeriggio per infestare con la loro ignoranza casalinga quelle strade strette e puzzolenti di frutta marcia e pesce fresco. Pensavo tutto questo e a quanto mi facessero schifo quelle vecchie fasciate nelle loro calze contenitive “che se ne stessero a casa piuttosto che farsi vedere in quel modo umiliante” quando voltai l’angolo ed alzai lo sguardo verso Maria Maddalena. Maria Maddalena aveva quarant’anni ed un seno pesante e duro che quando eravamo piccoli e la si vedeva andare a giro con il primo marito si finiva tutti per impazzire. La schiena si incurvava su due natiche eccessive e seducenti come quelle due gambe frettolose e decise con le quali sembrava calpestare violentemente ogni centimetro di marciapiede. Mi sono accorto immediatamente di quanto mi avesse notato ed i suoi movimenti, forse proprio per questo, erano divenuti più studiati e meno naturali ma non per questo meno eccitanti. Con una scusa blanda attaccai bottone, sicuro di me. Tutte le signore dicevano che ero molto molto bello e quando mi pagavano per farmi uscire di casa prima dell’arrivo dei propri mariti volevano che le baciassi ancora un’ultima volta. Volevano sentire per qualche secondo ancora il profumo della mia barba. Volevano essere puncicate ancora una volta dalla paura dannata di essere beccate nella bocca sbagliata.

Ma questa volta non avevo bisogno di soldi e l’idea di spogliare Maria Maddalena mi eccitava punto e basta. Proposi di fare un giro e lei mi disse, ammiccando come solo chi è già tutta bagnata sa fare, che avremmo potuto bere qualcosa a casa sua, che non c’era nulla di male e che il marito non sarebbe tornato che per cena. Ci avviammo a fare i 500 metri che ci separavano da quella scopata con una fretta ben mascherata e non dicendo che poche banalità su quanto fosse degradato il quartiere, su quanto fosse triste vederlo così, noi che lo si era visto nei giorni felici degli anni ‘90, di quanto fosse legata alla mia povera mamma, che non è stato certo un caso che da quel volo tutto era cambiato. Ma io pensavo che nulla era cambiato, che tutto era sempre stato in quello stesso identico modo e che dovevo essere veramente troppo eccitato per non ribellarmi a certi putridi luoghi comuni.

Alla porta la aiutai con la busta che le avevo permesso di tenere lungo il tragitto ed entrammo con il cuore che iniziava ad essere sofferente. Entrai, feci un passo per permetterle di chiudere la porta ed accendere la luce. Lei si fermò davanti a me e notai che pizzicava il suo labbro con le sue lunghe unghie rosse, stringendolo delicatamente tra pollice e indice. E così facendo guardava in basso e poi guardava i miei occhi, come imbarazzata e poi di nuovo in basso. Io ero ancora li davanti a lei, con una busta per mano. Avevo capito in quel momento che non dovevo far altro che lasciar cadere ogni impedimento per poi gettarmi su di lei.

Quando ci risvegliammo sembravano passati giorni. I miei capelli erano stati arruffati dalle sue mani e la mia barba arricciata dalle sue unghie. I suoi seni pesanti riposavano sul mio petto e l’interno della coscia destra scaldava la mia, sfiorando appena il mio sesso che ora si stava godendo un sereno e floscio relax.





Quanto possa essere difficile fidarsi di una donna così bella può saperlo solo chi ogni sera accarezza le labbra severe di Maria Maddalena. Sono entrato. Ho camminato verso la camera per posare il soprabito e salutare Maria. Li ho visti li, compiaciuti e colpevoli, scaldarsi l’un l’altro in questa giornata bagnata. Certe cose non si spiegano se non con l’insicurezza, con la depressione e con il modo irridente col quale trattava ormai la mia debolezza. Facendo attenzione a non svegliarli ho preso dall’armadio il maglione nero -e loro inermi respiravano ancora il paradiso- l’ho srotolato e l’ho presa in mano, finalmente. Gesù si è svegliato, ha baciato con la tenerezza dell’irresponsabilità mia moglie e poi mi ha guardato.





Sentimmo appena il rumore della porta? Ora che ci penso potrebbe essere stato quello a svegliarci. Io mi svegliai per primo e poi con un bacio silenzioso tentai di riaccenderla. Non avevo ancora associato il rumore di quella porta al momento della mia morte. Giuda era li in piedi e aveva gli stessi capelli neri a punta, lo stesso sguardo scuro, gli stessi lineamenti pungenti di tanti anni prima. Era cambiato qualcosa, impercettibilmente, e credo fosse colpa di quelle rughe che costringevano tutta la sua bocca a sembrare corrucciata ed infelice. Di certo era infelice ora che mi trovava a letto con sua moglie. Se ne stava li in piedi e ci fissava. La mano raffreddata dall’arma che stava impugnando. Ha sparato tre colpi sul mio corpo e poi su quello di Maria. Noi, sperduti tra le lenzuola bianche, non eravamo più.

Non ci fu il tempo di pensare a nulla se non a quanto fossero più belli gli anni ‘90, quando la mamma indossava ancora quelle perle bianche e il latte mi veniva servito caldo e sicuro davanti ai cartoni animati.

Il mio nome era Gesù e sarebbe stato meglio nascere nell’anno zero che vivere in questi anni zero. Ché qui neanche mi prendo la briga di resuscitare.

Illustrazione di Angela Pagano 

Tags: racconti

ECNO-YEB

di Travis Bickle

Ho voglia di raccontarti la mia compiutezza e l’ultimo pensiero tra i vivi, amico di bell’aspetto che mi leggi su queste pagine. Ne ho voglia perchè ora mi sento molto solitario, senza allarmi, senza rumori, senza urla urbane di scontri meccanici, urti sanguigni di persone che, spallata dopo spallata, iniziano ad asocializzarsi, frustrarsi, celarsi dalla realtà nella finzione scenica del superego freudiano, con i suoi limiti, le sue congetture, le sue lezioni mai comprese, le sue pantomime. Nel sottosuolo non si respira, non si riesce ad ascoltare nulla di ciò che accade tra voi vivi, inutile aprire gli occhi e sentirsi circondati dall’incombenza della Madre terra. Fredda, umida, funerea.
Quel pensiero, quella domanda, continua ad attanagliarmi anche ora.

L’amore, mi ricordo distintamente l’amore. Un sentimento nell’infinità tutta che riesco a contemplare in ogni istante, adesso, da defunto. L’amore riesce a gestire la storia dell’umanità tra le sue spire gaie e maligne, simultaneamente: si vive per l’amore, si muore con l’amore nel cuore. Anche se si trapassa senza affetti intorno, fidati amico mio, l’amore che provi nei confronti di te stesso e della tua esistenza si annulla dinanzi ai tuoi ricordi, inondati dal buio del tempo e accresciuti dalla sacralità del mito che fu. Un sorriso, una carezza, lo strusciare ritmato dei sandali di lei sul tappeto del corridoio, la familiarità delle reazioni composte e l’ebbrezza dei gesti inconsulti. Di una donna si può arrivare ad amare tutto. Lei, Gretha, nome buffo da famiglia teutonica espatriata, con le sue gambe lunghe ed affusolate, i suoi capelli color rame, il suo odore di scintillante melograno appena colto, è stato il mio ultimo pensiero prima di rivolgere gli occhi al sole per l’ultima volta. Sì: si cercano, si agognano i raggi solari sul viso. Il calore, l’affetto del testimone perenne della tua esistenza, il sole. Colui che ti ha dato la vita, il motore primo, la causa ultima. Lei, al centro del disco solare, irradiata dal calore dell’amore e di quei ricordi che non si possono dimenticare: il primo bacio, la prima volta che ci si trova nudi l’uno di fronte all’altro, senza imbarazzi, immobili, in contemplazione. Poi la passione, gli orgasmi e lo stringersi, il fiato congestionato, un respiro vitale che, all’unisono, ritma un connubio corporale esclusivo, irripetibile. Solo io, lei e l’affettuosa penombra tremolante ad abbracciarci, proteggerci, difenderci.

Te la potrei descrivere come una foto, l’ultima immagine che ho stampato sul mio nervo ottico: una finestra accesa da raggi solari obliqui che, entrando nel salone, disegnavano le spirali nell’aria di qualche molecola di polvere, alzata dal mio tonfo a terra. La consapevolezza di star per morire è un forte dolore proprio in mezzo alla fronte, un ebollizione di ultra-realtà: stavo morendo, accoltellato più di una dozzina di volte. La prima coltellata mi ha spappolato un rene, poi a seguire tutte le altre. Sette volte è entrata la lama nel mio costato, spezzando costole, sgonfiando i miei polmoni, recidendo in un paio di punti l’aorta e l’esofago. Altri quattro o cinque colpi mi hanno aperto le budella, il fegato e la cistifellea. Respiravo sangue, esalavo sangue. Inghiottivo sangue, tossivo bile e succhi gastrici mischiati a siero e liquido ematico. La pozza sul pavimento di marmo si allargava sempre di più. Sembrava che qualcuno, troppo sbadato per amare i vini buoni, avesse fatto cadere un decanter in una sala di uno dei ristoranti più in voga di Los Angeles. Magari un vino coriaceo, duro sul palato, secco in gola. Un californiano dal sapore deciso. Il mio salone, poi, sembrava davvero una sala di un ristorante di lusso e il mio sangue un vino californiano o cileno intorno ai 16 gradi. Un vino di razza insomma. Solo a quel punto, inerme e prostrato al suolo, il mio assassino mi ha trafitto per l’ultima volta, con potenza, aprendomi un profondo foro sull’avambraccio sinistro che avevo alzato per chiedere, pietosamente, clemenza. In me c’era l’amore, non meritavo di morire.

Al mio tonfo a terra la polvere era facilmente distinguibile nel reverbero dei raggi solari: dal basso dove mi trovavo assistevo ad una danza ipnotica, una prova dell’esistenza di Dio e di tutta la sua grandezza. Quando si sta per morire si diventa tutti bravi cristiani, amico mio. E si pensa anche a mettersi a posto con Cristo e la Madonna. Le inferriate dietro al vetro della finestra bloccavano l’affluire della luce: sul pavimento di marmo, in parte già rosso sangue, si venivano così a disegnare delle trame circolari identiche a quelle descritte dal ferro battuto posto in protezione delle finestre. Un cerchio. Un cerchio con dentro altre circonferenze più piccole. Qualche petalo di Helleboro, eravamo in febbraio, colorava il terrazzo del mio dirimpettaio: quando si sta per compiere l’ultimo battito vitale il tempo si ferma e si riesce a contemplare il tutto in un istante e a cogliere concetti, meccanismi impossibili da comprendere in vita.

Al centro dei miei pensieri però c’era lei, la mia Gri, la mia tedesca dagli occhi gentili, amante dei gatti batuffolosi, del teatro shakespiriano e della cucina coreana. I suoi morbidi e lunghi capelli color oro, non rendevano giustizia ai suoi ingenui occhi nocciola e alle sue piccole mani minuscole. Era la donna più bella di tutte. Di tutte. La tradii una volta con una mora, caucasica, del sud degli Stati Uniti ma dai genitori georgiani. Era educata, ben vestita, ben profumata. Depilata, ovunque. Sfacciata quanto basta per prendere all’amo un vero deficiente: me. Mi portò nella sua camera d’albergo pestandomi di continuo i piedi pur di cercare il contatto fisico. Il suo corpo era statuario e con Gri, in quel periodo, mi vedevo molto poco: eravamo nel difficile incipit della nostra relazione. Ma lei, Gri, era un’altra cosa: si sarebbe dimostrata nel tempo la donna a cui sarei poi appartenuto. Le appartengo ancora, anche dopo la morte. Il mio tradimento è ciò che mi ha straziato maggiormente: nulla umilia un uomo più che la totale consapevolezza di un proprio inutile errore.

Il mio assassino mi colpì alle spalle, diritto all’altezza dei reni. Mi trovavo in salone, a casa nostra - mia e di Gri - solo. Stavo fantasticando sulla storia di un tizio, Jim, che, con il suo amico Rek, si divertiva a gettare fuori dai finestrini di una macchina in corsa oggetti di valore. Un divertimento inutile e pericoloso: prima rubavano ciò che dovevano lanciare, poi tiravano ciò che avevano ladrato. Il tutto solo per vedere l’effetto che può avere la velocità sui materiali: un computer portatile, un televisore ultima generazione, una chitarra di marca, una bottiglia di champagne di costo elevatissimo, dei cappelli firmati che si andavano a schiacciare sotto gli pneumatici delle altre vetture e anche banconote contanti che svolazzavano tra tettucci aperti e finestrini abbassati. Ero uno scrittore anche se non avevo mai avuto talento.

Mi cinse la gola tra l’omero e l’ulna con il braccio sinistro. Mi colpì, in profondità. Ebbi il tempo solo di gemere. Fui colto di sorpresa. Su iTunes giravano i Mazzy Star, ero rilassato e concentrato sulla mia opera. Non notai la sua veloce presenza nella sala. Mi sbatté la testa a terra. Di nuovo. Nel cranio mi si impresse il rumore della mia calotta contro il marmo: un cupo tonf. Mi girò rapidamente, conficcando ancora più in profondità il metallo: mi ritrovai supino. Solo il tempo di capire che era un uomo, sconosciuto, rabbioso, con la bocca spalancata e denti bianchissimi. Uno come tanti: ad incontrarlo per strada l’avrei scambiato per un qualsiasi americano di origine italiana. Moro, con la barba sfatta. Occhi appuntiti, piccoli, pieni di un rancore sconosciuto alla razionalità. Già alla seconda coltellata non sentivo più nulla: sapevo che avrei esaurito lì il mio percorso, sul pavimento di casa. Ad ogni movimento del braccio del mio omicida corrispondeva un getto ematico di lunga gittata: in terra, sul tavolo, sulla mia camicia celeste appoggiata allo schienale della sedia, sul legno della portafinestra. Sul termosifone. Eravamo arrivati alla quinta e non vedevo scemare in lui nessuna rabbia. Uno sconosciuto, in casa mia. Io: morente.

Il cervello inizia a non fare più filtro: la certezza dell’ineluttabile ti cattura e, come il sonno in una mattina ancora da sorgere, ti fa sprofondare in basso. Gli occhi ti si iniziano a ruotare all’indietro. Settima. Sei insensibile al dolore perchè diventi un atomo del dolore. Ottava: schizzo di sangue sul mio viso che cade, ricadendo come rugiada, dall’alto dell’imbeccata mortale. Mi ha centrato l’aorta. Non percepisco nemmeno più il rumore dei colpi, delle mie urla istintive, animalesche. Nona. Sento solo il suo respiro affaticato che mi secca le pupille. Decima. Undicesima. Gri, dove sei? Dodicesima. Gri? Lo sai che ti amo, Gri? Poi un altra mi trapassa un braccio questuante pietà. Altre due forse, non ha importanza. Si alza da me, o da ciò che rimane di me. Potevo imprimere nella mia memoria le ultime immagini del reale. Mi lascia lì, disteso, ansimante. La stanza è tinta del mio rosso. Non muovo altro se non gli occhi e nel tentativo di respirare, trangugio denso sangue cavernoso. Un risata. Ride di me. E’ un ladro: mi ha ucciso per portarmi via quelle poche cose che ho in casa. Una refurtiva da diecimila dollari: nè gioielli, nè pellicce, nè orologi, solo amenità di relativo valore. Io, sfinito reclino la testa all’indietro e, obliquamente fotografo con le mie retine la polvere, i raggi solari, i disegni delle inferriate, i petali di Helleboro. Null’altro.

Gri, mi ama ancora, amico mio, vero? Dammi buone notizie: è ancora mia? Ti ho interpellato apposta per chiedertelo. Mi porta sempre nel suo cuore, giusto? No. Non mi sbaglio. Se io riesco a scrivere dall’oblio dei morti per dire che l’amo, figuriamoci lei dalla luce quanto intensamente mi starà bramando.

Gri, ti amo ancora, anche dal basso dell’incombente terra che ci ha generato.

Illustrazioni di Antonio De Luca

Tags: racconti

The White Stripes - Elephant :: Screaming Trees - Butterfly

1. The White Stripes - Elephant

di Travis Bickle

La polvere rossa si alzava ad ogni falcata. La sua corsa, irresistibile ma lenta, provocava vibrazioni ovunque. Ogni metro guadagnato lasciava dietro di sè orme ben formate, scavate, immortali fossili in terra viva. Avanzava minaccioso a testa bassa, irrequieto, un gigantesco animale carico di rabbia cieca. L’unico pensiero era prendere bene la mira e riuscire ad abbatterlo con un solo, ulteriore, sparo, un’istantanea di morte senza lampi. I suoi occhi, piccolissimi spilli luminosi di poco sopra alle sue zanne imponenti e alla sua proboscide prensile, erano cavità infernali di una bestia senza fiato, intento a difendere la sua vita. Il primo colpo gli aveva trapassato un orecchio mentre era impegnato a scorticare graminacee sparse come macchie di colore sull’arido e spaccato rosso della terra. Cadde il cibo dalla sua protuberanza nasale e fece un paio di passi all’indietro. Era disorientato, probabilmente il sibilo del proiettile lo aveva reso parzialmente sordo. Barrì dagli inferi. Raggelai. Del sangue colava lungo le sue zampe imperiali mentre si accingeva alla carica verso il fucile che aveva fatto fuoco. Io, tremante, cercavo lucidità per ragionare più in fretta: ci separavano trecento metri in linea d’aria. Ho avuto subito l’impressione che, una volta girato di scatto e con un orecchio ferito, mi avesse individuato. Erano già cento i metri di distanza tra noi pochi secondi dopo aver premuto per la prima volta il grilletto del mio M82. La mano destra incerta, non mi garantiva un colpo sicuro. La terra che si alzava leggera intorno all’elefante in collera annebbiava ancora di più la visuale complicata da un mirino che scrutava controsole. Sparo: colpisco la zampa anteriore sinistra. Non basta per fermarlo. La natura si ribellava all’intervento omicida dell’uomo e, travolgente, aveva le sembianza della mia morte. Pochi metri ormai, una ventina o poco più. Non riuscii a sparare nuovamente: il mio indice destro era paralizzato dalla scena che dinanzi mi si presentava. Un esemplare, maschio, robusto, alto più di tre metri mi stava per schiacciare la testa e il fucile sotto il peso di uno dei suoi arti anteriori. Lasciatomi esangue, solo con un riflesso istintivo riuscii a ritrarre la testa senza però proteggere le mie braccia ora spappolate in zampilli festosi di sangue. Fece per caricare di nuovo. Chiusi gli occhi e pregai, silenzioso, per i miei peccati. 

2. Screaming Trees - Butterfly

di R.U. Sure

 
Mi risvegliai madido di sudore, in un letto che non sembrava il mio, circondato da persone che mi sembrava di non conoscere, ma che mi sorridevano. Come quando il pulcino esce dall’uovo, vede una figura che si muove e la assume come madre, pensai che le persone che avevano intorno dovevano essere i miei cari. Mi sentivo pesante, immobilizzato e tuttavia inquieto, come l’elefante che aveva avuto la meglio su di me. L’effetto della morfina stava per finire, non stavo percependo dolore ma capivo che qualcosa era successo. Qualcosa di serio. Non mi sentivo padrone di me. Avevo sonno, un sonno grave, innaturale, avevo difficoltà a tenere gli occhi aperti ma riuscivo a percepire la preoccupazione delle persone che avevo intorno. L’elefante e la polvere, le ultime cose che ricordo prima di sprofondare. Quanto tempo era passato? Chiusi gli occhi e sognai di volare. Ero leggero, silenzioso, etereo: tutto ciò che avrei sempre voluto essere. Beffardo, il destino. Siamo anime, corpi o anime e corpi? Pensai: chissà se è vera tutta la storia delle reincarnazioni, o il paradiso e l’inferno. Se Caronte esiste veramente. L’anima vola al cielo o diventa qualche altra cosa? Io ero paralizzato, sedato, assonnato. Ero solo, io e i miei pensieri blindati come pallottole. Vorrei trasformarmi in farfalla. E’ perfetta: leggera, silenziosa, eterea, libera. Tutto quello che avrei sempre voluto essere. Basterebbe un battito d’ali e sono via da qui, lontano da tutto. Leggero e splendido, come non sono mai stato. In effetti mi sento come in un bozzolo. Isolato. Bloccato. Provai a tornare nella realtà, per capire cosa mi stavo perdendo, cosa avrei lasciato. Non posso dire di esserne sicuro, ma in quel momento non mi sembrò granché. Chiusi gli occhi e pregai, silenzioso, per i miei peccati. 


Illustrazioni di Angela Pagano 

Tags: racconti

di Angela Pagano
”Metamorfosi”50x70cm, poster.Tecnica: penna, acrilico su carta d’imballaggio.
Un volto senza confine… lei che dorme e l’altra che guarda passiva.La loro vita nasce dalle radici.
ATTENZIONE! Puoi votare Metamorfosi qui.

di Angela Pagano

”Metamorfosi”
50x70cm, poster.
Tecnica: penna, acrilico su carta d’imballaggio.

Un volto senza confine… lei che dorme e l’altra che guarda passiva.
La loro vita nasce dalle radici.

ATTENZIONE! Puoi votare Metamorfosi qui.

di Angela Pagano
”Organicità delle cose immateriali”50x70cm, poster.Tecnica: penna nera su carta.
Il Signor. ”Caso”… la propria fede sconosciuta, che osserva e ci guarda, mentre cerchiamo di percepirla.E’ un racconto di un pensiero di cose:  la vita, la morte, il sogno, e la  propria fede… tradotto in un disegno senza un programma prestabilito,  ma come un flusso di coscienza di elementi simbolici durato 4 mesi.ATTENZIONE! Puoi votare "Organicità delle cose immateriali" qui.

di Angela Pagano

”Organicità delle cose immateriali”
50x70cm, poster.
Tecnica: penna nera su carta.

Il Signor. ”Caso”… la propria fede sconosciuta, che osserva e ci guarda, mentre cerchiamo di percepirla.
E’ un racconto di un pensiero di cose:  la vita, la morte, il sogno, e la propria fede… tradotto in un disegno senza un programma prestabilito, ma come un flusso di coscienza di elementi simbolici durato 4 mesi.

ATTENZIONE! Puoi votare "Organicità delle cose immateriali" qui.

Vieni via con me – Retorica, (di)rettorica e ret(t)orica

Di Paolo Campolonghi

Non vado (volutamente) oltre Wikipedia. Alla voce retorica, leggo questa nota introduttiva: “La retorica (dal greco ῥητορικὴ τέχνη, rhetorikè téchne, «arte del dire») è l’arte di parlar bene, la disciplina che studia il metodo di composizione dei discorsi, ovvero come organizzare il linguaggio naturale (non simbolico) secondo un criterio per il quale ad una proposizione segua una conclusione. Sotto questo aspetto essa è un metalinguaggio, in quanto cioè un «discorso sul discorso».Lo scopo della retorica è la persuasione, intesa come approvazione della tesi dell’oratore da parte di uno specifico uditorio. Da un lato, la persuasione consiste in un fenomeno emotivo di assenso psicologico; per altro verso ha una base epistemologica: lo studio dei fondamenti della persuasione è studio degli elementi che, connettendo diverse proposizioni tra loro, portano ad una conclusione condivisa, quindi dei modi di disvelamento della verità nello specifico campo del discorso”.

Emozione e intelletto, sensibilità e razionalità. La retorica, come ogni arte, unisce emisferi che anche nel cervello si vogliono separati. E, per questa capacità di congiunzione, averne possesso è bene prezioso per gli operatori del consenso, da chi informa e raccoglie l’opinione pubblica a chi produce cultura. Ancor più, ed è ovvio, per chi fa politica. Per comprenderne il funzionamento, la si paragoni a una bilancia in perfetto equilibrio: il peso della forma – come si costruisce l’argomentazione – e quello del contenuto – l’oggetto del discorso e il suo fine – sono identici, che si misuri oro, acqua o melma. Per questo, si possono valutare secondo retorica tanto una poesia quanto l’arringa di un avvocato, tanto la spiegazione di un insegnante quanto l’enunciazione di un programma elettorale. Retoricamente corretta è la battuta che diverte chi si vuole divertire, la polemica che infervora chi ha interesse, la pietà mossa in chi vuole compatire. Retoricamente scorretta è la similitudine senza il ‘come’, la comicità che strozza nel riso la catarsi del tragico, la rima che risponde al verso anche se questo non chiama.

Questo per chiarire che la retorica non è, in sé e per sé, né buona né cattiva. La sua qualità dipende dall’uso che se ne fa, e dalla consapevolezza che si infonde nell’utilizzo. Farne una questione morale sarebbe un cattivo esercizio retorico, a vantaggio di chi fa una questione retorica del cattivo esercizio della morale. Lo dico, mio malgrado, a chi ha pensato e portato in scena “Vieni via con me”; a persone come Serra e Saviano, che, in altre forme e in altri contesti, sanno fare e dire bene. E molto.

Perché l’umidità retorica appanna anche le più limpide intenzioni. Dico loro che il malinteso del programma è un malinteso retorico, dovuto al tentativo maldestro e qualunquista di parlare ai pochi la lingua dei molti, e viceversa. Di fare ridere e piangere allo stesso tempo, per ragioni tra loro opposte e con figure (retoriche) sifgurate dalla poca dimestichezza con il mezzo tecnico impiegato. In questo senso, le brutture della trasmissione sono le brutture di un paese. Che non riconosce la bellezza perché non la conosce, che è pieno di vuoto e sformato di forma. Sedici milioni di occhi che hanno visto e orecchi che hanno sentito non comprovano l’esistenza di un solo paio capace di vedere e di ascoltare. Che non si tirino in ballo i dati auditel, quindi. Perché non farebbero altro che confermare un tetro sospetto di menomazione e disfunzione.

Attenuante o aggravante, il problema di “Vieni via con me” nasce dalla sottovalutazione della specifità della televisione come medium. Attraverso l’obiettivo della telecamera spazio e tempo possono dilatarsi o restringersi, e proprio nel saper limitare queste deformazioni sta il trucco per non spezzare l’illusione di realtà dello spettatore. L’impaccio di un ospite che rende asimmetrica o statica la composizione scenica, il ritardo o l’anticipo di una battuta, la divagazione e la dimenticanza sono altrettante cannonate alla quarta parte. Che, in tv, è lo schermo trasparente che sia separa sia unisce pubblico e presentatori. Bucarlo, lo schermo, è altra cosa dall’abbatterlo. Direi il suo contrario. Questione di misura, attenzione e tecnica. Chissenefrega? E, invece, no. Perchè una retorica televisiva sbagliata crea disastri: inverte il segno di certi messaggi, confonde l’approvazione con l’applauso, ma, soprattutto, smonta il modello da prendere a esempio e discredita l’autorità dell’invitato minandone l’autorevolezza.

In questo consiste il meccanismo impietoso innescato dalla (di)rettorica – l’idea che l’ospite illustre traslato dal luogo, dall’istituzione o dalla professione che lo ha reso tale sappia apprendere per osmosi i dettami di un mestiere non suo. Ecco il rimpicciolimento, l’abbassamento, il livellamento. Ecco, allora, la costruzione di una strana cornice auto-referenziale e la spalmatura di una patina incensante a chiosa di un’esibizione e a commento di un intervento. Quasi ad ammettere che non abbiano avuto la forza di imporsi da soli, quasi a volere insistere sulla loro validità per spazzare il dubbio di un’intrinseca debolezza.

Così la felicità di Vendola allude alla gaiezza che in inglese si scrive e si pronuncia come un orientamento sessuale. Senza che questo venga detto, lasciando in quella ricerca di effetto un alone di compiacimento sterile. Senza che si ricordi che ormai l’aggettivo ‘gay’, come sinonimo di felice, è caduto purtroppo in desuetudine anche nel vocabolario anglofono, proprio perché troppo forte è l’altra sua connotazione. Anche se poi, in fondo, felici o infelici lo si dovrebbe essere al di là delle identità sessuali o affettive.

Che bella, invece, la lettera di qualche giorno fa rivolta a Berlusconi. Si dovrebbe riprendere da lì. Magari senza usare quel “tu” che suona un po’ cameratesco, soprattutto perché ci sarebbe bisogno di insegnare, imparare e praticare la formalità, prima di saper usare e dosare la confidenza.

Così le ossa di Abbado piegate su uno sgabello fanno da contrappunto stridente al vigore ritto della sua conduzione musicale, mentre parla di cultura passando da anedotti personali a riforme sociali sudamericane – quelle sì andrebbero fatte conoscere – nei tempi che la tv permette. Ma che per certe cose non sono sufficienti, non sono adatti. Si mescola il distinto, si accelera il lento, si banalizza il profondo. Una cacofonia paradossale. La stessa aria stonata cantata da persone tra le tante, selezionate in quanto esponenti di una società civile in vero poco rappresentata, ma impalate a un microfono che le sacrifica e ne amplifica l’imbarazzo, non certo lo status. Perché, anche qui, la confusione è retorica: la RAI di pubblico ha e deve avere il servizio, offerto da professionisti pagati per esserlo, non il palco né gli attrezzi. Per specchiarsi il televisore è mezzo improprio.

Così la scelta illuminata di declinare l’immagine di un popolo in paratassi – gli elenchi sono una felice intuizione, molto più autentica e convincente di tanti discorsi – svilisce nell’ipotassi dei monologhi di Saviano. Perchè ciò che a lui gira in testa con chiarezza, e che con altrettanto nitore riesce a tradurre in scrittura, si offusca nel momento in cui lo declama, tra un respiro e l’altro tirati a cercare una sicurezza che non viene. Il flatus vocis è un vento capace di sgretolare il più saldo dei pensieri. E a esporsi troppo si rischia di farsi trascinare via, con o senza se stessi. In pochi sanno scrivere, così come in pochi sanno parlare. Tanto più dinnanzi a una platea in fila come a Delfi per sapere del proprio destino.

E poi, quel secondo intervento solleva il coperchio del vaso in cui sta tutta la Pandora dell’Italia, dal Risorgimento a oggi, frugandoci dentro un po’ a caso, cercandoci mezze verità da fare combaciare per ottenerne di intere. Ciò che se ne pesca, invece, è la verità del detto che due errori non fanno una cosa giusta. Per cui se odiosa è l’idea che i problemi di un paese che non decolla si risolvano mollando la zavorra, sbagliato è l’appello alla coscienza nazionale come unità di sangue. Sangue, sangue, sangue. Basta ripetere la parola perché tutta la storia possible di nefandezze umane sia evocata in suo nome. Il nostro, semmai, è un tempo esangue, dissanguato, che urge trasfusioni.

Che lo si capisca.

E l’anemia italiana è una tara genetica, che abbiamo ereditato proprio da quella rivoluzione mai compiuta perché mai partita. Che senso ha, oggi, invocare il nome di Mazzini e Pisacane, o di Giolitti e di Cavour per quel che vale, se non si mandano a memoria le riflessioni di Gramsci, Verga e Pasolini. Sono state mai davvero realizzate le riforme sociali promesse a coloro cui si chiedeva di abbracciare la causa rivoluzionaria? Chi furono i veri attori di quel movimento? Perché non si è ancora spezzata quella trama di malcostume, fraudolenza e violenza politici che lega il trasformismo del primo governo liberale alle sventure delle due prime (e uniche) repubbliche, passando per vent’anni di dittatura? La talessemia statale è un disagio mediterraneo di cui però l’Italia soffre in forma acuta, non certo per mancanza di spirito patriottico, quanto per ignoranza e indifferenza civica. Lasciate colpevolmente e, forse, intenzionalmente, attecchire nell’annosa diffidenza, mista a pretese, con cui da noi il privato cittadino si relaziona alla cosa pubblica.

Così, infine, si arriva alla re(t)torica, cioè a quella sensazione di pulizia interiore che somiglia a una disinfezione intestinale prima di una colonscopia. Come se si volesse spurgare la spesso citata “pancia del paese” per induzione, prima, e abiezione, poi. Quel senso di liberazione che si vorrebbe suscitare è, invece e purtroppo, solo il sollievo procurato da una retorica rettale in uno spasmo sfintereo. La salute di una cultura sofferente andrebbe forse ristabilita pensando con attenzione a ciò che le si introduce nello stomaco, prima di procedere a espellere i residui superflui e indesiderati. Si dirà che la lavanda gastrica è necessaria in casi di emergenza. Benissimo, condivido la preoccupazione. Ma che lo si dica senza spacciare il farmaco per alimento. E, soprattutto, che i dottori si mettano seriamente al lavoro per elaborare la diagnosi e sviluppare la terapia. È difficile, e francamente scomodo, accettare che si spacci un cesso per una poltrona solo perchè, comunque, vi ci si sta seduti.

Che fatica, che peccato e che amarezza dover parlare così di una cosa concepita con aspirazioni diverse e giuste. Ma proprio perché sono cose importanti non le si può buttare via. Vanno criticate per farle meglio, e meglio si possono fare. Basta rivedere certi passaggi di Benigni, quelli meno re(t)torici o (di)rettorici, per capire come. Basta riguardare le fotografie proiettate sui titoli di coda per ricordare da dove ripartire. Fellini, Biagi, Pertini. Sono ancora qui, se si vuole. Senza che gli si balli sotto al naso, per favore.

Leggi anche:
Saviano, che ti prende? di Filippo Facci.


Tags: Società

Mathieu

Di Ximena Ortiz



Mathieu ha sette anni, diciotto denti da latte e tre permanenti; ha cinquantadue lentiggini tra naso e guance, un cane di nome Ariosto e un gatto di nome Tancredi; ha una mamma francese e un papà belga, un nonno italiano e una nonna algerina. Mathieu la prima cosa che ti chiede incontrandoti è “Quanti anni hai?” e non si accontenta di ricevere un “Nove”, un “Ventiquattro”, un “Quarantasei” come risposta, ma esige anche la scrupolosità dei mesi trascorsi dall’ultimo compleanno. Quando accenna a voler conoscere persino il numero dei giorni, la mamma lo prende saldamente per mano e dà l’arrivederci al passante immancabilmente perplesso.

Mathieu tiene un diario azzurro per le Domande A Cui Cercare Risposta e uno rosso per le Cose Per Cui Vale La Pena Vivere. Entrambe le liste sono numerate in un inflessibile ordine crescente.

La Domanda A Cui Cercare Risposta numero ventisette è: “Perché si piange?”.

Mathieu se l’è posta per la prima volta una mattina di dicembre quando, passeggiando con la nonna nel parco, vide su una panchina un ragazzo intento a leggere una lettera. Era pietrificato, le dita contratte a imprigionare i fogli bianchi e solo due lacrime lentissime che scivolavano impercettibilmente, unica testimonianza dello scorrere del tempo. Non aveva mai visto un adulto piangere. La vita empirica gli aveva mostrato tanti pianti in cui poteva riconoscersi, all’asilo prima e alle scuole elementari poi, ma c’era qualcosa di strano nel vedere quel gesto a lui così familiare proiettarsi in un una realtà estranea che non sembrava fatta per contenerlo, per replicarlo.

Stette a lungo in silenzio, pensoso. Cercava di ricordare se avesse mai visto qualcosa di simile. No, si rispose. Allora girò il suo nasino a punta verso la nonna e le chiese senza preamboli: “Perché si piange?”. La nonna era abituata alle domande del quaderno azzurro. “Gioia mia”, rispose con un sorriso di pasta di mandorle, “si piange per condire il mondo. Non sono forse salate le tue lacrime? E così quelle di tutti: le mie, quelle del nonno, quelle della portinaia e del postino. Se l’è inventate così la Natura, cosicché in caso di mancanza si sappia sempre dove poter trovare un po’ di sale per insaporire la vita, per renderla più sapida. E inoltre è un trucco assai astuto, aggiunse con un’occhiata d’intesa, non ti è mai capitato che assaggiandole durante un pianto il loro buon sapore ti abbia distratto dal pianto stesso strappandoti un sorriso?”.

Mathieu annuì serio, sforzandosi di incasellare quella nuova scoperta tra le conoscenze pregresse. Nei giorni seguenti la faccenda fu accantonata, anche perché si aggiunsero le domande ventotto e ventinove, rispettivamente: “Perché mani e piedi hanno lo stesso numero di dita?” e “Perché Ariosto e Tancredi scodinzolano allo stesso modo pur se l’uno è felice e l’altro arrabbiato?”. Tuttavia quando un pomeriggio vide il nonno commuoversi per una vecchia foto del servizio militare si risvegliò in un attimo tutta la sua analitica curiosità. Prese velocemente fiato e disse ad alta voce: “Nonno, perché si piange?”. Il nonno fu colto alla sprovvista mentre rovistava tra ricordi impolverati e logori. Stava sforzandosi di trovare il nome di quel tipetto tutto baffi con cui aveva condiviso più di un’avventura giovanile sotto la naia. “Eh, perché si piange chiedi”, incominciò per prendere tempo e cercare l’ispirazione, “si piange…si piange per riempire il mare! Per fare in modo che non si prosciughi mai e poi mai. Tutte le lacrime, qualsiasi esse siano, finiscono lì. Ci vanno le lacrime più dolci, che sono quelle degli innamorati; quelle salatissime che sono di rabbia e frustrazione; le lacrime più pesanti, di dolore, quelle più leggere di capriccio; poi ci sono le lacrime colorate che sono di gioia e quelle trasparenti che sono di paura; le lacrime lente che sono di rimpianto e quelle veloci di rimorso. Ma una volta nel mare non è più possibile distinguerle e si assomigliano tutte, anche se sono venute al mondo tanto differenti. È il sapore che resta inconfondibile. Per questo andando in profondità sott’acqua non sai mai quale emozione ti prenderà o quale ricordo sperduto risalirà la memoria: dipende tutto dalle lacrime che ti sfioreranno la bocca, dal pianto a cui appartenevano.”

Mathieu era affascinato da questa spiegazione, anche se non era sicurissimo di riuscire a ripetere precisamente perché si piange secondo il nonno. In quel momento rincasò dal lavoro suo padre, un chimico. Mathieu ne approfittò: a quel punto era deciso ad ascoltare le risposte di tutti per sceglierne poi la migliore. “Papà, gli gridò raggiungendolo nell’ingresso, perché si piange? Tu lo sai?” “Mathieu, un’altra domanda del quaderno? Allora, vediamo”, disse togliendosi soprabito e cappello, “immagino si pianga perché non siamo altro che contenitori d’acqua. Come un vaso colmo fino all’orlo alla minima vibrazione fa traboccare il suo contenuto, così noi con le emozioni molto intense. Quando se ne crea una molto molto forte abbiamo bisogno di diluirla e discioglierla nell’acqua di cui siamo fatti, ma è inevitabile che in tutto quel rimescolare qualche goccia schizzi fuori dal recipiente: ecco allora le lacrime! Una alla volta, certo, perché sono un composto davvero instabile e pericoloso: non ti è mai capitato di sentirle bruciare sulle guance?”. Mathieu adesso lo ascoltava a occhi spalancati. Questa spiegazione era di gran lunga la più esatta e completa. E poi tante di quelle volte aveva rovesciato la ciotola dell’acqua di Ariosto che aveva un’idea chiarissima dell’esempio di suo padre. La faccenda sembrava decisamente quadrare. “Grazie, papà.” e sorridendo baldanzoso si diresse verso la sua camera.

Due giorni dopo entrò in cucina e trovò sua madre intenta a preparare la ratatouille: stava sbucciando le cipolle e non poteva fare a meno di strizzare gli occhi ad ogni gesto per impedire che le lacrime le offuscassero completamente la vista. Mathieu non aveva mai visto piangere sua madre e la cosa lo spaventò a tal punto che corse ad abbracciarle le gambe per tranquillizzarla e intimamente tranquillizzare  anche se stesso. “Maman, perché stai piangendo?” le domandò col viso spalmato sui suoi pantaloni, a un soffio dal lacrimare anche lui. “Amore, non sto piangendo, sono le cipolle che mi irritano gli occhi.” “Quindi piangi senza motivo?”, insisté Mathieu per sincerarsi dello scampato pericolo. “Oh piccolo mio, ma questo non è un vero pianto. Perché non si piange mai senza motivo, anche se alle volte le radici delle lacrime sono così profonde da indurci a credere che non ci siano. Ma nessuno può pensare a un albero semplicemente appoggiato sul terreno, no? Fosse anche un albero leggero come un pianto. In ogni caso”, si chinò per abbracciarlo stretto stretto, “solo tu puoi raggiungere le radici di ogni tuo singhiozzo e svelare il motivo che lo ha generato. L’importante è non aver paura delle lacrime.” e con un bacio sulla fronte lo mandò a lavarsi le mani. Passando davanti alla camera Mathieu fu assalito da un sospetto. Aprì il cassetto della scrivania, scostò il quaderno azzurro e prese quello rosso. Con il piccolo l’indice seguì la progressione dei numeri fino a quello che cercava: la ventisettesima Cosa Per Cui Vale La Pena Vivere era la ratatouille.

Illustrazione di Angela Pagano 

Tags: racconti

Raccontitideni.

Scrivere racconti è come entrare a casa vostra. Guardarvi negli occhi, mai visti prima d’ora; sdraiarsi sul vostro letto e sentire il vostro odore; sedersi sul vostro divano, magari affianco a voi. Salutare i vostri genitori, la vostra compagna, fare una carezza al vostro segugio abbaiante. Già che ci siamo ci prepariamo pure un bel caffè con la vostra moca argentata, quella che utilizzate tutte le mattine. Nel frattempo, io almeno, mi accendo una sigaretta, non mi interessa che fumiate oppure no, insieme a me. Scrivere racconti è l’unico modo che abbiamo per entrare a casa vostra. E a noi le case degli altri interessano eccome: è il modo migliore per conoscervi in profondità senza necessità di proferire parola.

Travis Bickle

Tags: racconti

Do Not

Di Ximena Ortiz

di Angela Pagano

Sospirami. Leggimi. Sudami. Reggimi. Ora, aspetta. Aspetta. Aspetta. È questa distanza a rendere tutto così insostenibile. Ma nel momento in cui la colmeremo, avremo solo altro da cercare. Rincorrimi. Soccorrimi. Cercami. Liberami. E non smettere mai di fuggirmi. Perché nel momento in cui saprò di averti per sempre, io svanirò. (libere parole su libera musica: Reckoner)


Ti vedo, mio Violinista. Ti vedo ogni mattina, quando apri la finestra, perché aspetto il tuo risveglio. Poco importa che oggi tu ti sia alzato solo all’una. Non ho altro per riempirmi. Buongiorno, buongiorno amore mio. Ben svegliato. Che questa possa essere per te la giornata radiosa che aspettavi. Non hai concerti oggi? Non hai le prove? E perché sei tornato tardi ieri sera? Sai, non ce l’ho fatta ad aspettarti alzata. Ci ho provato, giuro, ma alla fine il sonno vince anche me, anche se non faccio nulla per sfidarlo. Anche se non ho nulla per stancarmi. Vorrei, lo sai bene quanto. Forse sei uscito di nuovo con la riccia. Carina quella. Un po’ zoccoleggiante, ma obiettivamente carina. È così che ti piacciono le donne? Tacchi alti e vestiti corti? Forse mi aspetterei qualcos’altro da te. Per dire, quella che rideva un sacco, con i braccialetti tintinnanti, mi sembrava più il tuo genere. Più originale, più artista. Sbaglio? O forse vuoi essere tu solo l’artista. Capita spesso. Un po’ di sano protagonismo da personalità geniale. Per me ne hai tutto il diritto, so bene come suoni. Però un pizzico d’umiltà non guasta. Capisco da come ti aggiusti i capelli prima d’uscire che ne hai poca. Fingere d’averli spettinati, così come spiegazzare la camicia che tua madre ti porta ben stirata, lasciandola poi uscire dai pantaloni quel tanto che basta perché si supponga la noncuranza nel vestire è indice di ben poca modestia. E di molta sicurezza. Ma fai bene. Sei bello, questo non potrei mai togliertelo. Né vorrei, tu che sei l’oggetto della mia adulazione. Perché quel bibitone di caffè stamattina? Che fine ha fatto il tè? Ah, capisco. C’è qualcosa da smaltire. Mio nonno diceva che il rimedio contro il dopo sbronza è bere dell’altro alcol la mattina. Mi pareva tanto assurdo quand’ero piccola. Credevo fosse un inganno per prolungare la sofferenza, così che questa rimanesse bene impressa a fungere da monito. E invece ciò che in grandi dosi nuoce, in piccole spesso giova. Come dice Paracelso del veleno. E io dell’amore. In che dose è il mio per te? Meglio non domandarselo, non vorrei cominciare a temerlo. Non potrei sopravvivermi se recidessi anche questo filo. Hai finito di mangiare? Guarda che fai tardi. Probabilmente quell’altro scapestrato, il violoncellista, ti sta aspettando da qualche parte, arruffato come te, per fare qualche stupidaggine prima che arrivi l’ora delle prove. L’ho visto la volta che l’hai invitato a casa. Mi piaceva come giocavate, come bevevate insieme. Hai riso un sacco quella sera. Mi è piaciuto di meno quando l’hai baciato. Lui non se l’aspettava, era evidente. Era davvero imbarazzato. Ma tu sei stato persuasivo come al solito. E rassicurante, suppongo. Ho visto tutto fino a che non hai spento la luce. Dopo un bel po’. Quella notte l’ho passata sveglia. Ci avevo messo così tanto ad abituarmi a tutte quelle che porti a casa che questo non ci voleva proprio. Ero perfino riuscita a farmene andare bene qualcuna, così da sentirmi più partecipe. Quella dei braccialetti, per esempio. Era la mia preferita. Così riuscivo ad essere un po’ contenta quando la portavi, a incrinare con un pizzico di soddisfazione la mia invidia. A lenire un po’ il dolore che mi attanagliava l’intestino. È davvero brutta quella sensazione. Ti auguro di non provarla mai. Ma tanto sarà così. Di chi puoi mai essere invidioso tu? E scoprire che ora dovevo preoccuparmi anche dell’altra metà del mondo mi ha schiantato. Però non è più risuccesso. Almeno non a casa tua. Volevi provare qualcosa di nuovo? Eri curioso? Eri annoiato? Non lo saprò mai. E nemmeno quella dei braccialetti è tornata. Ora è il momento della riccia. Non mi piace l’amore che fai con lei. Si vede che fa di tutto per compiacerti e non si diverte. Si vede che finge pose innaturali e gemiti artefatti. Ma tu pare che nemmeno te ne accorga. Anche in quel momento devi essere così concentrato solo su di te. L’ho visto lo sguardo allo specchio dell’altra notte, sa. Volevi assicurarti di starla scopando bene. In un modo che ti facesse risaltare esteticamente parlando. D’altronde un vero artista lo è in tutto, no? Rende tutto un’opera d’arte! Questa è una citazione di qualcuno, ne sono certa. E ora? Ah, ti sei accorto di essere in ritardo, eh? Chissà come ti aspettano laggiù alle prove. Vai, vai, corri. La vespa non è al suo solito posto, dove l’hai messa? A quanto pare non lo ricordi neanche tu. Forse all’angolo con l’edicola. Ah, no, eccola, la vedo. È lì, vicino all’albero. Bene, l’hai trovata. Ciao, vai piano. Sì, io ti aspetto qui, come al solito. Sì. Ciao.

E adesso? Adesso la parte lunga della giornata, in cui smettere di guardare fuori per guardare dentro. Fuori dalla finestra, dentro la finestra. Io ho una finestra. Io sono una finestra? Se così fosse, potrebbe arrivare qualcuno ad aprirmi, prima o poi. Dovrebbe alzare la serranda, innanzitutto. E se fossero persiane, invece? Di quelle che, aperte, si bloccano al muro con un fermo da sollevare. Mi piaceva quel gesto. Sia aprire che bloccare, un tutt’uno, un rito del risveglio, come una liturgia per comunicare al mondo che sì, anche stamattina ci siamo svegliati. Però per spalancare le persiane occorre che la finestra sia aperta. Io ho bisogno che prima si faccia luce in me. Dopo, forse, qualcuno potrebbe anche solo avvicinarsi alla maniglia. Quindi sarei una finestra con serranda. Meno poetica, ma più adeguata. Ipotizziamo che la serranda sia stata avvolta: filtra un po’ di luce dal mio vetro. Potrei fare di meglio, lo so. Il vero problema è lo sporco. Sporco grasso oltre che polveroso. Una sozzura disgustosa. E le ragnatele. Agli angoli degli infissi, ma anche sulla maniglia. Sono dense e appiccicose. Sembrano zucchero filato che si sia disfatto. Bisognerà darsi da fare, questo è certo. E allora prima il vetro, con tanta acqua. Non una secchiata, però. Si rischierebbe di romperlo. È vecchio, delicato. Non va sfregato, ma accarezzato. La spugna si immerge e si solleva, l’acqua goccia e bagna il pavimento. Una, due, tre volte. Si intravede qualcosa, lo sporco resiste. Quattro, cinque, sei.  Un’oasi di pulizia nel deserto cinereo. Cosa si vede oltre il vetro? Luci? Colore? Lo spiraglio è ancora troppo piccolo. Occorre dedizione, costanza, cura. Pulire il vetro non è abbastanza. Tenere una finestra pulita e non poterla aprire non è abbastanza. A questo punto meglio l’inganno della polvere, del buio. Mi permette di immaginare l’esterno, il fuori, di manovrare i destini a mio piacimento, di

Perché sei tornato? Non è ora, non puoi aver finito. Però che bello. Mi hai sentito sull’orlo delle lacrime e sei tornato. Io non credo in Dio, ma alle coincidenze sì. Do not mistake coincidence for fate. Infatti, sono solo coincidenze, ma fortuite. Ne godo come tali. Regali della sorte, non la sua trama. Hai scordato il violino. Ma certo. Questo risveglio deve essere stato davvero peggiore degli altri. Difficilmente te ne separi. Ti ho visto partire anche per una scampagnata, portandotelo appresso. Ho sempre voluto saper suonare qualcosa. Ho l’idea che l’emozione travolgente trasmessa da una musica diventi dieci volte tanto nel momento in cui io stessa sia il tramite per quelle note. Immagino una sensazione estatica in cui tutto il mio corpo si fa strumento e non v’è più confine tra dentro e fuori, tra me e universo. Sarà quello che provi tu suonando? Vorrei chiedertelo. Ma avendo l’occasione probabilmente non lo farei. Anzi sì, lo farei. Ma tanto non ho l’occasione. Hai già voltato l’angolo scoppiettando su quel catorcetto. A stasera. Tornerai per cena? Difficile, non mangi mai da solo. E non vorrei che invitassi la riccia. Fin’ora le hai concesso solo dopocena. Trovo che cucinare per qualcuno sia un gesto parecchio intimo. Lei probabilmente non lo merita, ma chissà se la pensi così anche tu. Ricordo che aiutavo per la pasta fatta in casa. Quello sì. E mi piaceva: infilare l’impasto, girare la manovella. Le tagliatelle erano la cosa più divertente, così gialle e ruvide. E poi che buone. Ho fame. Ma è troppo presto per la merenda, ne sono sicura. Dovrei distrarmi e pensare ad altro. P-e-n-s-a-r-e-a-d-a-l-t-r-o. Potrei cominciare a ripetere le parole fino a far loro perdere di senso. Coi nomi propri è fin troppo facile, però. Cerchiamo una parola concreta, di tangibile solidità. Montagna. Questo sarà difficile. Montagna montagna montagna montagna montagna montagna montagna montagna montagna montagnamontagnamontangnamontagna mooon ta gggna mon ta gnnna montagna m o n t a g n a    m     o     n        t            a              g              n            a  mo! nta!  gna! monta gna mo ntagnà  mon tagna moooooooooontagna!
montagnamontagnamontagnamontagnamontagnamontagnamontagnamontagna montagna.
Ecco, non esistono più montagne in me. Cos’altro potrei far sparire adesso? 

Illustrazione di Angela Pagano 

Tags: racconti

Storia di un ordinato.

Di Travis Bickle



Tossì. Secco, un raglio. Capita sempre così quando si accende l’ultima, infinita, sigaretta prima di addormentarsi. Tossì, nuovamente. Ebbe la sensazione di espettorare un lapillo, caldo, morbido di catarro scivoloso, ora colante sulla parete emaciata della sua stanza da pranzo. Scattò repente per pulire lo scatarro e far in modo che non rimanesse alcun segno. Per un attimo si fece schifo. Un altro tiro, soffocante. La televisione stava emettendo sentenze, inutili, prima sul mercato calcistico, poi sulla bontà di una telefilm americano. L’attenzione fu catturata dopo un altro paio di scomodi clic sul telecomando. Un documentario, storico. Seconda guerra mondiale e le bombe su Dresda. Come acini che cadono oscillanti dai grappoli se scossi, enormi missili esplosivi erano partoriti dal ventre di un aeromobile alleato. Un gesto davvero curioso: far nascere strumenti di morte, per la morte, della morte. Rimase collegato a quel canale fino ai titoli di coda. Al terzo fotogramma pubblicitario nessuna luce era più emessa dallo schermo.

Si alzò dalla poltrona, imbrunita dall’uso, prese il suo bicchiere ancora odorante di acidissimo Jim Beam, una sciacquatura per budella di gente depressa, e se ne andò in cucina. I piatti erano rassettati con cura sopra il lavello che, pulitissimo, emanava un buon odore di agrumi che si era sparso per tutta la stanza. Adorava mangiare nei piatti di carta, usare posate di plastica e stare a lavare, ogni volta dopo l’uso, i suoi bicchieri di vetro. Amava l’odore di quel detergente per stoviglie e lo utilizzava come poteva. Così alle due del mattino si trovò, come spesso gli accadeva nelle afose giornate d’agosto, a far brillare l’unica cosa che c’era da pulire: un bicchiere. Comprava il cibo ad una tavola calda e mangiava direttamente nei contenitori dentro cui gli vendevano gli alimenti. Una botta con il microonde e si potevano gustare pranzi e cene sempre diversi. La colazione la faceva sempre al bar sotto il suo ufficio. Era un commercialista, adorava i numeri. Era single, come molti del suo mestiere. Si considerava un artigiano dei numeri, un plasmatore di partita doppia. Era arrogante, lo sapeva. Non scopava da qualche mese ormai. L’ultima volta era stata una sveltina in un parcheggio di un cinema multisala con quella che, prima del film, gli aveva venduto i pop corn al burro. Le solite cose: ciao-come stai-scopiamo. Breve ma estremamente piacevole, a differenza delle conseguenze di quell’atto amatorio: un pedante, straniante, fungo genitale che era passato solo da qualche settimana. 

Pulito il bicchiere, con abbondante uso di detergente, strizzò la spugnetta con forza, come se la odiasse. Come ogni sera, fece il giro delle stanze - salone, corridoio, stanza degli ospiti con relativo bagno  - per controllare che tutto fosse in ordine. Era un abitudinario senza appello. Un maniaco compulsivo, forse. Sui mobili, sui tavoli, non una foto, non un segnale di vita vissuta, tranne alcuni posacenere dal fondo annerito. Tutto in perfetto ordine. Finito il giro, lo stesso tutte le sere, si svestiva, piegava i suoi abiti da casa - una squallida maglietta arancione di una bibita gassata e un paio di pantaloncini logori color canna di fucile - li posava sulla sedia affianco al letto e si andava a lavare i denti. Era in ferie. Il bagno era certamente la stanza più pulita di tutto il suo appartamento, ereditato anni prima dalla nonna materna: un elegante secondo piano di un quartiere residenziale poco fuori la città. Dopo un paio di passate di filo interdentale, pisciò abbondantemente. Un paio di schizzi finirono sulla tavoletta del cesso. Prese un po’ di carta igienica, pulì l’errore e pensò che non avrebbe mai potuto essere un buon cecchino. Tirò l’acqua e il silenzio fu rotto dallo scrosciare di onde d’acqua dolce. 

Si mise sul letto. Era buio intorno. L’iPod era messo nella modalità casuale, come tutte le sere: in quel momento toccava ai Popol Vuh esibirsi per il suo pubblico. Musica rilassante, qualcuno la definisce l’inizio della new age sonora. Musica trascendente, certamente evocativa. Non aveva voglia, quella sera, di leggere. Era un accanito lettore di Carver e Dick, ma quella notte voleva starsene un po’ per fatti suoi. Leggere, d’altronde, non è come far violare la propria privacy da uno sconosciuto? 

Si svegliò con una strana sensazione quella mattina. La stessa sensazione che si ha quando si deve partire. Quando si lascia una ragazza dopo anni di rapporto. Quando si deve dare l’ultimo saluto ad una persona a noi cara. Una sensazione nefasta, condita da un po’ di acidità di stomaco. Il tofu della sera precedente aveva avuto effetto, gli scappava di cagare. Il problema è che pure il Jim Beam aveva raggiunto il suo scopo: nulla che non possa guarire il suo adorato Maalox. Cagato e vestito, non si capacitava del perchè iniziasse a guardare gli oggetti, a soffermare il suo sguardo sulle cose, come se fosse l’ultima volta che li vedeva, quasi li elencasse nel suo cervello. Anche la luce era strana: gli ricordava quel bagliore che lo aveva accompagnato negli anni ottanta, durante il periodo di malattia della madre. Una luce cromaticamente impalpabile che rendeva tutte le persone trasparenti, inconsistenti. Melliflui, come lui. 

Tolse dal gancetto le chiavi a cui le appendeva tutte le volte che varcava la soglia di casa e scese giù in garage per mettere in moto la sua vettura. Era una berlina, di marca tedesca, comprata usata da un suo cliente dello studio. Fece un affare a suo tempo. Come dentro il suo appartamento, anche la macchina era sporca solo nella zona del posacenere. Un altare votivo, sembrava. La lavava due volte al mese, d’estate. Tre, anche di più d’inverno: odiava gli aloni formati dalle goccioline di pioggia sulla carrozzeria. Si stava dirigendo, libro alla mano, verso un parco pubblico a pochi chilometri da casa sua. Detestava i mezzi pubblici: aveva la sensazione che lo sporco riuscisse a forare i suoi vestiti e ad attaccarlo simultaneamente alla gola e al basso ventre. 

Viali alberati, villette a schiera, nessuno che camminava nei paraggi, tranne qualche soggetto sconosciuto che portava a spasso il suo cane. Arrivò nelle vicinanze del parco, tirò il freno a mano e scese, chiudendo con cura lo sportello. Odore salubre di natura. Nessun rumore doveva guastare la sua giornata. Aveva sottobraccio un libro, “Caligola” di Camus, Sentire il silenzio del vento che gli solcava la pelle arrossata dal sole lo faceva sentire vivo più che mai. Camus lo inebriava con la sua pièce. Nessuna macchina in giro, nessun rombo di civiltà. C’era davvero poca gente in città in quei giorni così penosamente caldi. Stette fermo per ore, a leggere e a contemplare platani e pioppi. Si perdeva nelle trame ordinate dei cespugli, tagliati all’italiana, geometricamente, come piaceva a lui. Si alzò, terminata la lettura, stava andando verso l’automobile per ritornarsene a casa. D’improvviso un fischio di gomme ruppe il silenzio. Lui pietrificato al centro della carreggiata, in fase di attraversamento, era narcotizzato dallo spavento. Si destò d’improvviso. Con un colpo di reni riuscì a balzare sul marciapiede e, istintivamente, a schivare la morte che lo stava per cogliere. Una macchina argentata, chiara, di grossa cilindrata e assetto aerodinamico. 

Non disse una sola parola: si alzò, controllò la sbucciatura sul ginocchio destro e si rese conto di un forte dolore alla spalla destra. Era caduto su un fianco. Anche quello doleva. Si chinò con premura per togliere il libro dalla strada, lo scosse per togliervi la polvere e ripegò, per farlo tornare in ordine, le pagine che si erano rovinate per l’impatto con l’asfalto. Qualche goccia di sangue gli colava fino alla caviglia dal ginocchio malconcio. 

Risalì in macchina, mise in moto e fece manovra per uscire dal parcheggio. Lungo un viale alberato trasalì. Non poteva non rispettare l’ordine naturale degli eventi. Non poteva tradire ciò a cui teneva di più: l’ordine. L’ordine precostituito aveva deciso che doveva morire lì, in quell’impatto con quella macchina da cui solo l’istinto, acerrimo nemico della razionalità, lo aveva salvato. Ne era convinto, era incrollabile. Premette l’acceleratore, tenne il volante diritto, puntando contro un albero. Un sorriso ebete gli si stampò sul viso, stava morendo con razionalità, era una sua scelta. Gli era tutto più chiaro, in quell’istante: si nasce, si cresce e si muore. Se però non si decide quando si nasce o quando si cresce, si può morire quando si vuole. E lui lo voleva. Non era una morte rassegnata, disperata. Era una morte per ideale e coerenza. Coerenza verso tutto ciò che aveva rappresentato la sua vita fino a quel momento: essere ordinati e fare le cose con cura. Morì sul colpo, quindi, con il sorriso che solo gli eroi riescono ad avere quando si trapassa. L’ordine precostituito era stato rispettato: il giorno della sua morte era quello, lui lo sapeva bene. 

Illustrazione di Angela Pagano 

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