Mathieu

Di Ximena Ortiz



Mathieu ha sette anni, diciotto denti da latte e tre permanenti; ha cinquantadue lentiggini tra naso e guance, un cane di nome Ariosto e un gatto di nome Tancredi; ha una mamma francese e un papà belga, un nonno italiano e una nonna algerina. Mathieu la prima cosa che ti chiede incontrandoti è “Quanti anni hai?” e non si accontenta di ricevere un “Nove”, un “Ventiquattro”, un “Quarantasei” come risposta, ma esige anche la scrupolosità dei mesi trascorsi dall’ultimo compleanno. Quando accenna a voler conoscere persino il numero dei giorni, la mamma lo prende saldamente per mano e dà l’arrivederci al passante immancabilmente perplesso.

Mathieu tiene un diario azzurro per le Domande A Cui Cercare Risposta e uno rosso per le Cose Per Cui Vale La Pena Vivere. Entrambe le liste sono numerate in un inflessibile ordine crescente.

La Domanda A Cui Cercare Risposta numero ventisette è: “Perché si piange?”.

Mathieu se l’è posta per la prima volta una mattina di dicembre quando, passeggiando con la nonna nel parco, vide su una panchina un ragazzo intento a leggere una lettera. Era pietrificato, le dita contratte a imprigionare i fogli bianchi e solo due lacrime lentissime che scivolavano impercettibilmente, unica testimonianza dello scorrere del tempo. Non aveva mai visto un adulto piangere. La vita empirica gli aveva mostrato tanti pianti in cui poteva riconoscersi, all’asilo prima e alle scuole elementari poi, ma c’era qualcosa di strano nel vedere quel gesto a lui così familiare proiettarsi in un una realtà estranea che non sembrava fatta per contenerlo, per replicarlo.

Stette a lungo in silenzio, pensoso. Cercava di ricordare se avesse mai visto qualcosa di simile. No, si rispose. Allora girò il suo nasino a punta verso la nonna e le chiese senza preamboli: “Perché si piange?”. La nonna era abituata alle domande del quaderno azzurro. “Gioia mia”, rispose con un sorriso di pasta di mandorle, “si piange per condire il mondo. Non sono forse salate le tue lacrime? E così quelle di tutti: le mie, quelle del nonno, quelle della portinaia e del postino. Se l’è inventate così la Natura, cosicché in caso di mancanza si sappia sempre dove poter trovare un po’ di sale per insaporire la vita, per renderla più sapida. E inoltre è un trucco assai astuto, aggiunse con un’occhiata d’intesa, non ti è mai capitato che assaggiandole durante un pianto il loro buon sapore ti abbia distratto dal pianto stesso strappandoti un sorriso?”.

Mathieu annuì serio, sforzandosi di incasellare quella nuova scoperta tra le conoscenze pregresse. Nei giorni seguenti la faccenda fu accantonata, anche perché si aggiunsero le domande ventotto e ventinove, rispettivamente: “Perché mani e piedi hanno lo stesso numero di dita?” e “Perché Ariosto e Tancredi scodinzolano allo stesso modo pur se l’uno è felice e l’altro arrabbiato?”. Tuttavia quando un pomeriggio vide il nonno commuoversi per una vecchia foto del servizio militare si risvegliò in un attimo tutta la sua analitica curiosità. Prese velocemente fiato e disse ad alta voce: “Nonno, perché si piange?”. Il nonno fu colto alla sprovvista mentre rovistava tra ricordi impolverati e logori. Stava sforzandosi di trovare il nome di quel tipetto tutto baffi con cui aveva condiviso più di un’avventura giovanile sotto la naia. “Eh, perché si piange chiedi”, incominciò per prendere tempo e cercare l’ispirazione, “si piange…si piange per riempire il mare! Per fare in modo che non si prosciughi mai e poi mai. Tutte le lacrime, qualsiasi esse siano, finiscono lì. Ci vanno le lacrime più dolci, che sono quelle degli innamorati; quelle salatissime che sono di rabbia e frustrazione; le lacrime più pesanti, di dolore, quelle più leggere di capriccio; poi ci sono le lacrime colorate che sono di gioia e quelle trasparenti che sono di paura; le lacrime lente che sono di rimpianto e quelle veloci di rimorso. Ma una volta nel mare non è più possibile distinguerle e si assomigliano tutte, anche se sono venute al mondo tanto differenti. È il sapore che resta inconfondibile. Per questo andando in profondità sott’acqua non sai mai quale emozione ti prenderà o quale ricordo sperduto risalirà la memoria: dipende tutto dalle lacrime che ti sfioreranno la bocca, dal pianto a cui appartenevano.”

Mathieu era affascinato da questa spiegazione, anche se non era sicurissimo di riuscire a ripetere precisamente perché si piange secondo il nonno. In quel momento rincasò dal lavoro suo padre, un chimico. Mathieu ne approfittò: a quel punto era deciso ad ascoltare le risposte di tutti per sceglierne poi la migliore. “Papà, gli gridò raggiungendolo nell’ingresso, perché si piange? Tu lo sai?” “Mathieu, un’altra domanda del quaderno? Allora, vediamo”, disse togliendosi soprabito e cappello, “immagino si pianga perché non siamo altro che contenitori d’acqua. Come un vaso colmo fino all’orlo alla minima vibrazione fa traboccare il suo contenuto, così noi con le emozioni molto intense. Quando se ne crea una molto molto forte abbiamo bisogno di diluirla e discioglierla nell’acqua di cui siamo fatti, ma è inevitabile che in tutto quel rimescolare qualche goccia schizzi fuori dal recipiente: ecco allora le lacrime! Una alla volta, certo, perché sono un composto davvero instabile e pericoloso: non ti è mai capitato di sentirle bruciare sulle guance?”. Mathieu adesso lo ascoltava a occhi spalancati. Questa spiegazione era di gran lunga la più esatta e completa. E poi tante di quelle volte aveva rovesciato la ciotola dell’acqua di Ariosto che aveva un’idea chiarissima dell’esempio di suo padre. La faccenda sembrava decisamente quadrare. “Grazie, papà.” e sorridendo baldanzoso si diresse verso la sua camera.

Due giorni dopo entrò in cucina e trovò sua madre intenta a preparare la ratatouille: stava sbucciando le cipolle e non poteva fare a meno di strizzare gli occhi ad ogni gesto per impedire che le lacrime le offuscassero completamente la vista. Mathieu non aveva mai visto piangere sua madre e la cosa lo spaventò a tal punto che corse ad abbracciarle le gambe per tranquillizzarla e intimamente tranquillizzare  anche se stesso. “Maman, perché stai piangendo?” le domandò col viso spalmato sui suoi pantaloni, a un soffio dal lacrimare anche lui. “Amore, non sto piangendo, sono le cipolle che mi irritano gli occhi.” “Quindi piangi senza motivo?”, insisté Mathieu per sincerarsi dello scampato pericolo. “Oh piccolo mio, ma questo non è un vero pianto. Perché non si piange mai senza motivo, anche se alle volte le radici delle lacrime sono così profonde da indurci a credere che non ci siano. Ma nessuno può pensare a un albero semplicemente appoggiato sul terreno, no? Fosse anche un albero leggero come un pianto. In ogni caso”, si chinò per abbracciarlo stretto stretto, “solo tu puoi raggiungere le radici di ogni tuo singhiozzo e svelare il motivo che lo ha generato. L’importante è non aver paura delle lacrime.” e con un bacio sulla fronte lo mandò a lavarsi le mani. Passando davanti alla camera Mathieu fu assalito da un sospetto. Aprì il cassetto della scrivania, scostò il quaderno azzurro e prese quello rosso. Con il piccolo l’indice seguì la progressione dei numeri fino a quello che cercava: la ventisettesima Cosa Per Cui Vale La Pena Vivere era la ratatouille.

Illustrazione di Angela Pagano 

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