Vieni via con me – Retorica, (di)rettorica e ret(t)orica

Di Paolo Campolonghi

Non vado (volutamente) oltre Wikipedia. Alla voce retorica, leggo questa nota introduttiva: “La retorica (dal greco ῥητορικὴ τέχνη, rhetorikè téchne, «arte del dire») è l’arte di parlar bene, la disciplina che studia il metodo di composizione dei discorsi, ovvero come organizzare il linguaggio naturale (non simbolico) secondo un criterio per il quale ad una proposizione segua una conclusione. Sotto questo aspetto essa è un metalinguaggio, in quanto cioè un «discorso sul discorso».Lo scopo della retorica è la persuasione, intesa come approvazione della tesi dell’oratore da parte di uno specifico uditorio. Da un lato, la persuasione consiste in un fenomeno emotivo di assenso psicologico; per altro verso ha una base epistemologica: lo studio dei fondamenti della persuasione è studio degli elementi che, connettendo diverse proposizioni tra loro, portano ad una conclusione condivisa, quindi dei modi di disvelamento della verità nello specifico campo del discorso”.

Emozione e intelletto, sensibilità e razionalità. La retorica, come ogni arte, unisce emisferi che anche nel cervello si vogliono separati. E, per questa capacità di congiunzione, averne possesso è bene prezioso per gli operatori del consenso, da chi informa e raccoglie l’opinione pubblica a chi produce cultura. Ancor più, ed è ovvio, per chi fa politica. Per comprenderne il funzionamento, la si paragoni a una bilancia in perfetto equilibrio: il peso della forma – come si costruisce l’argomentazione – e quello del contenuto – l’oggetto del discorso e il suo fine – sono identici, che si misuri oro, acqua o melma. Per questo, si possono valutare secondo retorica tanto una poesia quanto l’arringa di un avvocato, tanto la spiegazione di un insegnante quanto l’enunciazione di un programma elettorale. Retoricamente corretta è la battuta che diverte chi si vuole divertire, la polemica che infervora chi ha interesse, la pietà mossa in chi vuole compatire. Retoricamente scorretta è la similitudine senza il ‘come’, la comicità che strozza nel riso la catarsi del tragico, la rima che risponde al verso anche se questo non chiama.

Questo per chiarire che la retorica non è, in sé e per sé, né buona né cattiva. La sua qualità dipende dall’uso che se ne fa, e dalla consapevolezza che si infonde nell’utilizzo. Farne una questione morale sarebbe un cattivo esercizio retorico, a vantaggio di chi fa una questione retorica del cattivo esercizio della morale. Lo dico, mio malgrado, a chi ha pensato e portato in scena “Vieni via con me”; a persone come Serra e Saviano, che, in altre forme e in altri contesti, sanno fare e dire bene. E molto.

Perché l’umidità retorica appanna anche le più limpide intenzioni. Dico loro che il malinteso del programma è un malinteso retorico, dovuto al tentativo maldestro e qualunquista di parlare ai pochi la lingua dei molti, e viceversa. Di fare ridere e piangere allo stesso tempo, per ragioni tra loro opposte e con figure (retoriche) sifgurate dalla poca dimestichezza con il mezzo tecnico impiegato. In questo senso, le brutture della trasmissione sono le brutture di un paese. Che non riconosce la bellezza perché non la conosce, che è pieno di vuoto e sformato di forma. Sedici milioni di occhi che hanno visto e orecchi che hanno sentito non comprovano l’esistenza di un solo paio capace di vedere e di ascoltare. Che non si tirino in ballo i dati auditel, quindi. Perché non farebbero altro che confermare un tetro sospetto di menomazione e disfunzione.

Attenuante o aggravante, il problema di “Vieni via con me” nasce dalla sottovalutazione della specifità della televisione come medium. Attraverso l’obiettivo della telecamera spazio e tempo possono dilatarsi o restringersi, e proprio nel saper limitare queste deformazioni sta il trucco per non spezzare l’illusione di realtà dello spettatore. L’impaccio di un ospite che rende asimmetrica o statica la composizione scenica, il ritardo o l’anticipo di una battuta, la divagazione e la dimenticanza sono altrettante cannonate alla quarta parte. Che, in tv, è lo schermo trasparente che sia separa sia unisce pubblico e presentatori. Bucarlo, lo schermo, è altra cosa dall’abbatterlo. Direi il suo contrario. Questione di misura, attenzione e tecnica. Chissenefrega? E, invece, no. Perchè una retorica televisiva sbagliata crea disastri: inverte il segno di certi messaggi, confonde l’approvazione con l’applauso, ma, soprattutto, smonta il modello da prendere a esempio e discredita l’autorità dell’invitato minandone l’autorevolezza.

In questo consiste il meccanismo impietoso innescato dalla (di)rettorica – l’idea che l’ospite illustre traslato dal luogo, dall’istituzione o dalla professione che lo ha reso tale sappia apprendere per osmosi i dettami di un mestiere non suo. Ecco il rimpicciolimento, l’abbassamento, il livellamento. Ecco, allora, la costruzione di una strana cornice auto-referenziale e la spalmatura di una patina incensante a chiosa di un’esibizione e a commento di un intervento. Quasi ad ammettere che non abbiano avuto la forza di imporsi da soli, quasi a volere insistere sulla loro validità per spazzare il dubbio di un’intrinseca debolezza.

Così la felicità di Vendola allude alla gaiezza che in inglese si scrive e si pronuncia come un orientamento sessuale. Senza che questo venga detto, lasciando in quella ricerca di effetto un alone di compiacimento sterile. Senza che si ricordi che ormai l’aggettivo ‘gay’, come sinonimo di felice, è caduto purtroppo in desuetudine anche nel vocabolario anglofono, proprio perché troppo forte è l’altra sua connotazione. Anche se poi, in fondo, felici o infelici lo si dovrebbe essere al di là delle identità sessuali o affettive.

Che bella, invece, la lettera di qualche giorno fa rivolta a Berlusconi. Si dovrebbe riprendere da lì. Magari senza usare quel “tu” che suona un po’ cameratesco, soprattutto perché ci sarebbe bisogno di insegnare, imparare e praticare la formalità, prima di saper usare e dosare la confidenza.

Così le ossa di Abbado piegate su uno sgabello fanno da contrappunto stridente al vigore ritto della sua conduzione musicale, mentre parla di cultura passando da anedotti personali a riforme sociali sudamericane – quelle sì andrebbero fatte conoscere – nei tempi che la tv permette. Ma che per certe cose non sono sufficienti, non sono adatti. Si mescola il distinto, si accelera il lento, si banalizza il profondo. Una cacofonia paradossale. La stessa aria stonata cantata da persone tra le tante, selezionate in quanto esponenti di una società civile in vero poco rappresentata, ma impalate a un microfono che le sacrifica e ne amplifica l’imbarazzo, non certo lo status. Perché, anche qui, la confusione è retorica: la RAI di pubblico ha e deve avere il servizio, offerto da professionisti pagati per esserlo, non il palco né gli attrezzi. Per specchiarsi il televisore è mezzo improprio.

Così la scelta illuminata di declinare l’immagine di un popolo in paratassi – gli elenchi sono una felice intuizione, molto più autentica e convincente di tanti discorsi – svilisce nell’ipotassi dei monologhi di Saviano. Perchè ciò che a lui gira in testa con chiarezza, e che con altrettanto nitore riesce a tradurre in scrittura, si offusca nel momento in cui lo declama, tra un respiro e l’altro tirati a cercare una sicurezza che non viene. Il flatus vocis è un vento capace di sgretolare il più saldo dei pensieri. E a esporsi troppo si rischia di farsi trascinare via, con o senza se stessi. In pochi sanno scrivere, così come in pochi sanno parlare. Tanto più dinnanzi a una platea in fila come a Delfi per sapere del proprio destino.

E poi, quel secondo intervento solleva il coperchio del vaso in cui sta tutta la Pandora dell’Italia, dal Risorgimento a oggi, frugandoci dentro un po’ a caso, cercandoci mezze verità da fare combaciare per ottenerne di intere. Ciò che se ne pesca, invece, è la verità del detto che due errori non fanno una cosa giusta. Per cui se odiosa è l’idea che i problemi di un paese che non decolla si risolvano mollando la zavorra, sbagliato è l’appello alla coscienza nazionale come unità di sangue. Sangue, sangue, sangue. Basta ripetere la parola perché tutta la storia possible di nefandezze umane sia evocata in suo nome. Il nostro, semmai, è un tempo esangue, dissanguato, che urge trasfusioni.

Che lo si capisca.

E l’anemia italiana è una tara genetica, che abbiamo ereditato proprio da quella rivoluzione mai compiuta perché mai partita. Che senso ha, oggi, invocare il nome di Mazzini e Pisacane, o di Giolitti e di Cavour per quel che vale, se non si mandano a memoria le riflessioni di Gramsci, Verga e Pasolini. Sono state mai davvero realizzate le riforme sociali promesse a coloro cui si chiedeva di abbracciare la causa rivoluzionaria? Chi furono i veri attori di quel movimento? Perché non si è ancora spezzata quella trama di malcostume, fraudolenza e violenza politici che lega il trasformismo del primo governo liberale alle sventure delle due prime (e uniche) repubbliche, passando per vent’anni di dittatura? La talessemia statale è un disagio mediterraneo di cui però l’Italia soffre in forma acuta, non certo per mancanza di spirito patriottico, quanto per ignoranza e indifferenza civica. Lasciate colpevolmente e, forse, intenzionalmente, attecchire nell’annosa diffidenza, mista a pretese, con cui da noi il privato cittadino si relaziona alla cosa pubblica.

Così, infine, si arriva alla re(t)torica, cioè a quella sensazione di pulizia interiore che somiglia a una disinfezione intestinale prima di una colonscopia. Come se si volesse spurgare la spesso citata “pancia del paese” per induzione, prima, e abiezione, poi. Quel senso di liberazione che si vorrebbe suscitare è, invece e purtroppo, solo il sollievo procurato da una retorica rettale in uno spasmo sfintereo. La salute di una cultura sofferente andrebbe forse ristabilita pensando con attenzione a ciò che le si introduce nello stomaco, prima di procedere a espellere i residui superflui e indesiderati. Si dirà che la lavanda gastrica è necessaria in casi di emergenza. Benissimo, condivido la preoccupazione. Ma che lo si dica senza spacciare il farmaco per alimento. E, soprattutto, che i dottori si mettano seriamente al lavoro per elaborare la diagnosi e sviluppare la terapia. È difficile, e francamente scomodo, accettare che si spacci un cesso per una poltrona solo perchè, comunque, vi ci si sta seduti.

Che fatica, che peccato e che amarezza dover parlare così di una cosa concepita con aspirazioni diverse e giuste. Ma proprio perché sono cose importanti non le si può buttare via. Vanno criticate per farle meglio, e meglio si possono fare. Basta rivedere certi passaggi di Benigni, quelli meno re(t)torici o (di)rettorici, per capire come. Basta riguardare le fotografie proiettate sui titoli di coda per ricordare da dove ripartire. Fellini, Biagi, Pertini. Sono ancora qui, se si vuole. Senza che gli si balli sotto al naso, per favore.

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